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5|26 Una rara coincidenza

localmarchforgaza, 19 Febbraio, 202619 Febbraio, 2026

Quest’anno accade un fatto particolare che coinvolge miliardi di persone: Ramadan e Quaresima sono iniziati entrambi il 18 febbraio. Una rara coincidenza che unisce cristiani e musulmani in un tempo di digiuno e riflessione. Per i cristiani, il Mercoledì delle Ceneri apre i quaranta giorni nel deserto, preludio alla breve e folgorante parabola di Gesù sulla terra. Per i musulmani, è il mese in cui il profeta Maometto ricevette dall’arcangelo Gabriele la rivelazione: un tempo segnato dal digiuno dall’alba al tramonto.

E mentre queste due tradizioni entrano insieme in un tempo di sottrazione, dall’altra parte del mondo il Capodanno cinese inaugura l’anno del Cavallo di Fuoco: una delle figure zodiacali più intense, temibili e affascinanti del ciclo lunare.

Tre passaggi che hanno un valore profondo per miliardi di persone. Tre calendari che resistono al tempo. Tre memorie che non si lasciano cancellare. Perché, malgrado la furia con cui si tenta di riscrivere la storia e di erodere le culture, esistono ancora cicli che ricordano all’umanità che ogni distruzione non è l’ultima parola. E proprio mentre il mondo entra in un tempo di disciplina e coscienza, a Gaza la distruzione continua.

🟩⬛ GAZA. Lo sterminio come normalità amministrativa

A Gaza il tempo è un altro: quello della distruzione amministrata. Lo sterminio è diventato normalità, una demolizione sistemica, programmata, continua. Il fuoco non è mai cessato davvero: è stato gestito, dosato, raccontato come tregua. Un lessico pensato per disinnescare le piazze, neutralizzare l’indignazione globale e trasformare l’emergenza in routine. Così lo sterminio è diventato procedura. Un atto burocratico scandito da comunicati militari, conferenze stampa, votazioni parlamentari.

E mentre Gaza viene ridotta a laboratorio della distruzione permanente, nelle democrazie alleate si restringe lo spazio del dissenso. Una stampa sempre più allineata normalizza l’inaccettabile; nuovi dispositivi normativi comprimono libertà di parola e di critica. In Italia, proposte come il DDL Romeo si inseriscono in questo clima: non tutela del dibattito, ma sua blindatura. Non difesa della democrazia, ma sua delimitazione. Dietro lo scudo della lotta all’antisemitismo, la guerra si trasferisce nel campo del linguaggio e delle leggi. Lo spazio pubblico si restringe. Le libertà si limitano. Il problema non è più soltanto Gaza. È il mondo che la rende possibile.

🟧 ITALIA.Tra ambiguità e ipocrisia istituzionale

E quel mondo non è altrove. È qui. Lo abbiamo visto anche questa settimana, per esempio, quando un’analisi del procuratore Nicola Gratteri sul rapporto tra voto e interessi mafiosi è stata ridotta a uno slogan brutale: “Chi vota Sì è mafioso” o “Chi vota Sì non è una persona perbene”. Frasi non pronunciate in quei termini e che non corrispondono alla sua posizione rigorosa e argomentata sul merito della riforma, ma perfette per incendiare il dibattito. Lui stesso ha precisato che i suoi interventi non vanno tagliati e strumentalizzati fuori contesto. È così che funziona la manipolazione: si semplifica, si polarizza, si incendia.

Poi c’è la torsione istituzionale. In Parlamento, Tajani ha invocato l’articolo 11 della Costituzione per giustificare la partecipazione italiana, come “stato osservatore”, al cosiddetto “Board of Peace”. L’articolo che ripudia la guerra usato per legittimare una presenza politica dentro un dispositivo che non interrompe alcuna guerra ma è pensato per trarci il massimo profitto. Un nome che suona come promessa e funziona come copertura. Forse sarebbe più onesto chiamarlo “Board of Price”. Aderire a un Board of Peace mentre si continua a garantire copertura diplomatica a Israele non è equilibrio. È doppio registro. Tajani per una volta ci ha detto una cosa vera: il diritto internazionale può valere “ma fino a un certo punto”.

🟫 CISGIORDANIA. L’annessione che pone fine alla finzione

Nel silenzio della stampa, il 15 febbraio il governo israeliano ha riattivato la registrazione delle terre nella Cisgiordania occupata, per la prima volta dal 1967. Vaste porzioni dell’Area C – circa il 60% del territorio – verranno classificate come “proprietà dello Stato”. Non è una legge votata dalla Knesset, ma una decisione esecutiva del Gabinetto di Netanyahu. Eppure, produce effetti permanenti.

La registrazione catastale non è un atto tecnico neutro: stabilisce titolarità, consolida controllo, integra nel sistema giuridico israeliano ciò che il diritto internazionale definisce territorio occupato. Negli Accordi di Oslo del 1995, l’Area C avrebbe dovuto essere progressivamente trasferita sotto controllo palestinese entro cinque anni. Non è mai avvenuto. È lì che si sono espansi gli insediamenti. È lì che si è consolidata l’ingegneria territoriale che oggi chiamiamo, senza più finzioni, annessione di fatto.

Per approfondire: qui l’articolo completo su Striscia Rossa (link caldo https://www.strisciarossa.it/israele-avvia-lannessione-della-cisgiordania-finisce-la-finzione-dei-due-popoli-due-stati/

🟨 CASO ALBANESE. Fra errore comunicativo e macchina del fango

La richiesta di dimissioni di Francesca Albanese è stata respinta dalle Nazioni Unite. Il caso nasce da un video manipolato che le attribuiva l’espressione “Israele nemico dell’umanità”, formula che non corrisponde al suo intervento integrale. Il meccanismo è ormai riconoscibile: estrapolazione, rilancio virale, indignazione organizzata, richiesta di rimozione. È corretto dirlo con chiarezza: la manipolazione c’è stata. Ed è grave.

Ma proprio perché il terreno è incendiato, vale anche l’altra metà della verità: le parole, quando si ricopre un ruolo internazionale, non sono mai neutre. Non restano dove le metti. Possono essere piegate, distorte, usate contro ciò che volevano difendere. Saper usare quelle giuste è un’arte.
Ricordarsi che possono diventare arma è lucidità.

Alle pressioni mediatiche si sono aggiunte pressioni politiche esplicite: la prima richiesta di rimozione è arrivata dalla Francia, per voce del ministro degli Esteri; a seguire Germania e Italia hanno sostenuto una linea analoga. Non una reazione spontanea, ma una presa di posizione coordinata da parte di governi europei. Questo non giustifica la campagna contro di lei. La spiega. E la rende ancora più inquietante. Non si è discusso nel merito dei rapporti sul diritto internazionale e sulle responsabilità documentate. Si è costruito un caso sulla persona.

E quando il dibattito si sposta dalla sostanza alla delegittimazione, non è solo una questione di comunicazione. È una questione di potere. E il potere, oggi, passa anche dalla capacità di deformare ogni frase, ogni parola fino a farle esplodere.

🟥 REMIGRATION. La neolingua del rimpatrio forzato

Esiste un vecchio manifesto della Lega Nord che ritrae un capo nativo americano con la scritta:
“Loro hanno subito l’immigrazione, ora vivono nelle riserve”. È un esempio perfetto di manipolazione linguistica. Le popolazioni originarie delle Americhe non hanno subito un fenomeno migratorio. Hanno subito un colonialismo di insediamento. Le migrazioni sono spostamenti di individui o gruppi mossi da necessità di sopravvivenza, lavoro, asilo. Le colonizzazioni sono atti di dominio politico e militare. Confondere le due cose non è un errore. È una strategia.

Da anni il malessere sociale viene canalizzato contro i migranti: un meccanismo antico, quasi sempre efficace. Invece di interrogarsi sulle cause strutturali dell’impoverimento e della precarietà, si individua un bersaglio più debole, accusato di “rubare” lavoro, case, sicurezza. Dentro questo clima si inserisce la parola “Remigration”, che suona tecnica e neutra ma indica, nella sostanza, il rimpatrio forzato.

Nel libro-inchiesta Gorgo, i giornalisti Lorenzo Figoni e Luca Rondi documentano il fallimento strutturale del sistema dei rimpatri: costoso, inefficiente, disumano. Molti espulsi, non avendo alternative nei Paesi d’origine, tentano nuovamente il viaggio verso l’Europa. Un circuito che si autoalimenta. Luca Rondi spiega chiaramente l’inefficacia di queste politiche:

“Il sistema dei CPR è un buco nero del diritto che costa milioni di euro ai contribuenti senza raggiungere gli obiettivi dichiarati. Meno del 50% delle persone recluse viene effettivamente rimpatriato. La maggior parte riceve un foglio di via e rimane sul territorio in una condizione di invisibilità ancora più profonda. Il rimpatrio non è una soluzione tecnica, è uno slogan politico che si scontra con l’impossibilità di accordi bilaterali e costi insostenibili.”

🟨 ABBECEDARIO ETICO. Dalla A alla Z

B come Boicottare

Definizione:

Il boicottaggio è uno strumento di pressione civile, economica e politica: consiste nel rifiutare diacquistare prodotti, servizi o sostenere aziende e istituzioni che contribuiscono a violazioni dei diritti umani o a sistemi di oppressione, come l’apartheid israeliano.

Storia:

Utilizzato nel 1933 da organizzazioni ebraiche e sindacali negli Stati Uniti e in Europa contro la Germania nazista, e negli anni ’80 contro il regime sudafricano contribuendo al suo isolamento internazionale, il boicottaggio è una forma storica di resistenza non violenta.

Oggi è promosso dal movimento BDS come strumento di pressione contro il sistema di dominio esercitato sui palestinesi, secondo la definizione adottata da diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani. Boicottare riduce fondi, legittimità e potere a chi opprime, e trasforma ogni nostra scelta quotidiana in un atto di resistenza civile.

Perché è importante:
Ogni acquisto o investimento può sostenere direttamente o indirettamente l’occupazione e atti che diverse organizzazioni e giuristi qualificano come genocidio. Il boicottaggio consapevole riduce fondi, legittimità e capacità operativa di chi viola i diritti umani.

Principali aziende da boicottare e motivazioni:

Le aziende elencate sono oggetto di campagne di pressione promosse da organizzazioni della società civile e documentate da database indipendenti. Le valutazioni si basano su report pubblici e possono evolvere nel tempo.

  • Agroalimentare:
    • Ahava – cosmetici derivati da minerali del Mar Morto; impianti negli insediamenti illegali in Cisgiordania.
    • Carrefour – Accordi di franchising con gruppi israeliani che operano anche negli insediamenti in Cisgiordania.
    • Sodastream – già produttrice in un insediamento in Cisgiordania; oggetto di campagne per precedenti attività oltre la Linea Verde; sfruttamento di lavoratori palestinesi.
  • Tecnologia e sicurezza:
    • Cisco – citata da organizzazioni di monitoraggio per collaborazioni tecnologiche con enti statali israeliani per la sorveglianza e controllo dei palestinesi.
    • Elbit Systems – industria bellica e tecnologie militari israeliana, presente nelle campagne di disinvestimento per il coinvolgimento diretto nell’apparato militare.
    • Google – coinvolto nel progetto cloud governativo “Nimbus” con istituzioni israeliane. Google Maps e Google Earth hanno normalizzato insediamenti illegali.
    • HP – coinvolta attraverso contratti tecnologici con istituzioni governative e sistemi di identificazione.
    • Microsoft – software e infrastrutture cloud usati da istituzioni israeliane e università coinvolte nella sorveglianza e nel controllo.
  • Macchine e infrastrutture:
    • Caterpillar – demolizione di case palestinesi, costruzione di insediamenti.
    • Siemens – infrastrutture energetiche e ingegneria, alcune organizzazioni contestano il coinvolgimento in infrastrutture che servono anche insediamenti nei territori occupati.
  • Abbigliamento e sport:
    • Puma – già sponsor della Israel Football Association, criticata per includere squadre degli insediamenti.
  • Piattaforme e-commerce:
    • Amazon – ospita venditori e prodotti provenienti da insediamenti illegali; utilizzo di AWS per servizi collegati alla sorveglianza.
    • Airbnb – contestata per annunci in insediamenti; ha modificato policy più volte.

Strategie pratiche:

  1. Evitare qualsiasi prodotto o servizio di queste aziende.
  2. Scegliere alternative etiche, certificate o locali.
  3. Diffondere consapevolezza nelle proprie reti sociali e comunità.

Fonti verificate:

  • BDS Movement – Guida pratica
  • Who Profits? – Database aziende
  • Amnesty International – Israel’s Apartheid
  • B’Tselem – Settlements

Obiettivo pratico:
Fare del boicottaggio un atto quotidiano e consapevole, trasformando la conoscenza in responsabilità concreta.

⚓ AVVISI AI NAVIGANTI – Novità

Aggiornamenti operativi. Sostegni concreti. Rotte in movimento.

🟫🟥 Cuba — Let Cuba Breathe

Oggi parte Let Cuba Breathe: una campagna internazionale per rompere il silenzio sull’asfissia economica che l’amministrazione di Donald Trump ha imposto a Cuba attraverso l’inasprimento dell’embargo. Video documentali, crudi, quotidiani: cosa significa un embargo totale per medici, pazienti, famiglie. Lanciata durante le Olimpiadi di Milano-Cortina, invocando la tregua olimpica, la campagna chiede visibilità e sostegno. Noi abbiamo scelto di sostenerla, rilanciando i loro contenuti.

Se condividete i principi della campagna, potete seguirli qui:

📘 Facebook https://www.facebook.com/profile.php?id=61587732429686
📸 Instagram https://www.instagram.com/letcubabreath/
🐦 X https://x.com/let_cuba_breath
🎵 TikTok https://www.tiktok.com/@
🌍 Sito multilingue: letcubabreathe.org

🟩🟪 Freedom Flotilla — aggiornamenti

La Freedom Flotilla con campagna “100 porti, 100 città” è pronta per salpare!

Il 2 maggio a Taranto una barca salperà e navigherà lungo le coste italiane, mentre un camper percorrerà le zone interne. Ogni tappa sarà un punto d’incontro con testimonianze, mostre fotografiche, proiezioni, presentazioni di libri, incontri nelle scuole, proposte di adesione alla campagna di boicottaggio del movimento BDS, gemellaggi, iniziative di sostegno alle strutture sanitarie di Gaza… Sono tanti i modi con cui singoli e realtà collettive possono partecipare per spezzare l’assedio del silenzio che avvolge la Striscia di Gaza e la Cisgiordania.

Ne parla Comune.info: https://comune-info.net/cento-porti-da-gaze-alle-nostre-piazze/

Condividiamo la rotta: rompere l’assedio con strumenti civili e non violenti.

🟦🟪 Peacewalk — aggiornamenti

Partita da Finisterre il 31 gennaio, la Peacewalk oggi percorrerà il tratto tra Ponferrada e Poncebadòn (Castilla y Leon). Con 298 km percorsi, domani mattina alla partenza mancheranno 8202km a Gerusalemme, e altri paesi e cammini confluiranno. Segui le partenze e le tappe su https://peacewalk.info/routes/

Il principio è semplice: il fine coincide con il mezzo.

Camminare per la pace non è un gesto simbolico. È un metodo.
È già la forma di società che scegliamo di abitare.

🟦 ROTTA CORSARA

Ogni calendario ricorda una cosa semplice: il tempo non è neutro, può essere attraversato o subìto.

Mentre miliardi di persone entrano in un tempo di digiuno e disciplina, Gaza continua a bruciare. E l’Europa continua a non vedere lo sterminio in corso, indignandosi se qualcuno ha l’ardire di nominarlo.

In queste settimane abbiamo visto parole piegate, leggi forzate, nomi usati come copertura.
Abbiamo visto il diritto invocato per proteggere ciò che dovrebbe limitare.

La domanda non è più soltanto cosa accade a Gaza, ma che tipo di società stiamo diventando mentre accade.

Perché il fine si rivela sempre nel mezzo. E il nostro mezzo resta la coerenza.

Domani si riunisce ufficialmente il Board of Peace. La pace convocata a tavolino mentre la guerra continua sul terreno. Anche questo è un calendario, un segnale di rotta.

Noi seguiremo. Non per commentare il nome, ma per verificare i fatti.

La nostra rotta è diversa.

Buon cammino.
E buon vento.

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