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L’esempio del Porto di Genova

localmarchforgaza, 10 Febbraio, 202610 Febbraio, 2026

Il porto di Genova è tornato a farsi sentire. Venerdì 6 febbraio, la mobilitazione lanciata dal CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) contro il riarmo e il commercio di armi verso Israele ha segnato un punto di svolta che non si vedeva da anni. A colpire non sono stati solo i numeri — circa un migliaio di partecipanti — ma soprattutto la composizione: una marea di giovanissimi, determinati e consapevoli.

L’organizzazione del CALP si è confermata d’eccellenza. Nonostante un imponente cordolo di forze dell’ordine, il corteo si è svolto senza alcuna criticità, segno di un’intelligenza politica che ha saputo mediare preventivamente per evitare incidenti inutili. In testa, i portuali con la loro “divisa” con il simbolo dell’ancora e il martello, seguiti da una presenza massiccia dell’USB, che si consolida come il sindacato di riferimento nel porto dopo lo strappo con la CGIL.

Tra i fumogeni (subito raccolti dai manifestanti per non lasciare rifiuti, a dimostrazione di un grande senso civico) e gli slogan, spiccava l’energia dei ragazzi di “Cambiare Rotta”: giovanissimi, ma con le idee chiare sulla necessità di una connessione internazionale tra i porti per bloccare materialmente i carichi di morte.

La serata ha portato con sé anche una vittoria istituzionale concreta: l’annuncio della delibera del Comune di Genova per la creazione di un osservatorio sugli armamenti, nato grazie al lavoro fondamentale di Weapons Watch. È la prova che la lotta di strada, se organizzata e sindacalizzata, sa parlare alle istituzioni e produrre risultati tangibili.

A differenza di altre piazze recenti, segnate da derive violente, la mobilitazione del CALP dimostra come l’unione tra radicalità giovanile, solida organizzazione sindacale (USB) e dialogo istituzionale può trasformare la protesta in un’efficace azione politica e civile.

di Romano Calvo

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