Che rabbia, che invidia, che sfortuna avere una bandiera, ma non una vera patria da amare, odiare, criticare o festeggiare. Come scriveva Cesare Pavese: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.
Che rabbia, che invidia, che sfortuna vedere gli altri celebrare la propria libertà, mentre tu non sai quanto tempo dovrai ancora aspettare dietro le sbarre prima di poter spiccare il volo.
Che rabbia, che invidia, che sfortuna essere sempre l’ospite alle feste altrui, senza poter mai ricambiare l’invito perché non hai un posto tuo dove cantare l’Inno alla Gioia.
Che rabbia, che invidia, che sfortuna avere quasi gli stessi colori delle altre bandiere, tranne per quella striscia di nero che segna duemila anni di lutto.
Che rabbia, che invidia, che sfortuna, tutti festeggiano una ricorrenza: la Liberazione, l’Indipendenza, la Costituzione, l’Unità. Tu, invece, commemori l’ultima intifada, l’ultimo razzo, l’ultimo insediamento, l’ultima invasione, l’ultimo funerale, l’ultima spartizione, l’ultima tregua; l’ennesimo processo di pace che sa di beffa.
Che rabbia, che invidia, che sfortuna: tutti cantano, ballano, accendono candele e vanno a dormire sereni dopo la festa. Tu, invece, appena sciolti i baci e gli abbracci, torni dove sei sempre stato: oltre il buio della storia.
Ma che gioia, che bellezza, che fortuna essere palestinese: il mondo intero è la tua casa, il cielo la tua patria, e il 25 aprile degli altri è il desiderio che affidi a ogni stella cadente.
Amici, compagni e gente fortunata: buona Liberazione e buona vita!

