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ARAZZI DI PACE ROMA 21 GIUGNO 2026 PIAZZA DEL CAMPIDOGLIO

localmarchforgaza, 2 Luglio, 20262 Luglio, 2026

Testimonianze dalla grande manifestazione a Roma “10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace”, il 21 giugno 2026

di Sara Anchisi

C’è caldo a Roma il 21 giugno, primo giorno d’estate di questo 2026, ma c’è anche un clima di festa.
La giornata è iniziata presto. Sveglia all’alba (non suonata), colazione (veloce), auto, treno, cambio. A Milano in stazione a quest’ora presto del mattino di domenica c’è, incredibilmente, poca gente. Di nuovo treno, poi autobus, scendiamo. A Roma di gente ce n’è tanta. Tirando i nostri trolley rigonfi raggiungiamo la base della scala dai lunghi gradini inclinati che in cima immette nella piazza ovale del Campidoglio, vegliata da grandi statue. È uno dei sette colli di Roma, l’antico centro politico e religioso che domina dall’alto l’antico Foro Romano.
Tra i turisti salgono lungo la scala altre donne che come noi tirano i loro trolley. Un gruppo di loro si ferma. Si scattano una foto a memoria di questa giornata che è ancora agli albori, tutto deve ancora iniziare, ma il loro umore è già frizzante, esattamente come il nostro. Immortalano i loro sorrisi, la loro allegria, la loro libertà e la voglia di un mondo diverso. Abbiamo nel cuore un grande progetto, l’unico possibile per il futuro: un mondo di pace.
Noi, più in basso, le riconosciamo immediatamente, siamo qui per lo stesso motivo. Partite ognuna da un punto diverso di questa nostra tanto varia Italia ci siamo date appuntamento nello stesso luogo, per lo stesso giorno, alla stessa ora, con lo stesso scopo e con i trolley che portano lo stesso lavoro prezioso. I nostri arazzi di pace, creativi e intrisi di sentimento profondo e convinto, nati per 10 100 1000 piazze di donne per la pace. Per tessere la pace e disarmare le città.
A breve ammanteremo parte della scalinata d’accesso e della piazza ovale. A breve inizierà una festa densa di contenuti. Il primo tassello per tessere insieme, unite e a gran voce la Pace.
Saliamo le scale, i primi arazzi sono già distesi. Cecilia, la signora vestita di blu, ci indica dove posizionare il nostro. “Biella, sì, ecco, lì, su quel latto dell’ellisse”.
Io e Ivana stendiamo con cura i quattro arazzi che portiamo per unirli a formare un unico grande arazzo quadrato di 6 metri per 6 metri di lato. Sappiamo che ogni tassello è stato creato con cura da mani diverse, ogni tassello è importante e deve essere ben visibile. Stendiamo i nostri arazzi conoscendone il valore. Siamo qui a rappresentare tutte le donne che li hanno creati. Poi, come a cucire insieme i quattro pezzi, tagliamo strisce da una fettuccia gialla con le quali, sotto il sole di Roma, leghiamo tra loro i quattro manufatti sfruttando le asole predisposte.
Solo ora che è tutto pronto ci accorgiamo di essere in un bagno di sudore e che nonostante il lavoro non fosse nulla di faticoso in sé, il gran caldo con il sole a picco ci ha succhiato le energie. Sono fondamentali una pausa sedute all’ombra a bere dell’acqua fresca per poter ricominciare a muoversi. Proprio come una piantina afflosciata dall’aridità e poi innaffiata dall’acqua, riprendiamo pian piano vigore.
Giungono due donne vestite, come noi, di bianco. Portano uno striscione di stoffa rosa sorretto da due canne di bambù. Ci sta ricamato sopra un grande sole e vi sono attaccate nuvole, il
mare, una rete con tante farfalle, i prati con gli alberi e i fiori. Sono i quattro elementi della natura e loro, il loro gruppo di donne, sono le Nuvole di Chiavari. Le aiutiamo a posizionare il loro lavoro. Ci regalano una busta di carta, quadrata fatta a mano. Ne hanno un piccolo plico che hanno preparato in treno. L’apriamo. Contiene una piccola nuvola di stoffa attaccata a un ancor più piccolo cartoncino blu con la scritta mani per creare fili per unire. Ci invitano ad attaccare la nuvola sul nostro arazzo e così facciamo con una spilla da balia.
Il clima è bello, di festa, di unione, di condivisione.
Un gruppo di donne da Mantova stende i loro due grandi arazzi a fianco al nostro.
Ogni arazzo della piazza è bello, colorato, formato da tasselli originali, riporta frasi importanti, pensieri profondi, speranza di un futuro leggero e luminoso. Ogni arazzo è unico. Ogni arazzo è pacifico o pacifero ovvero portatore di pace.
Ristorate dall’ombra e dall’acqua ci spostiamo lungo la piazza e poi giù per la scalinata dai lunghi gradini inclinati ad ammirare gli arazzi altrui, ora tutti distesi a terra, portati dalle donne, per lo più vestite di bianco, provenienti da 170 tra città e paesi d’Italia. Veramente da ogni angolo del paese dal sud sud al nord nord, da est, da ovest, dalle isole, da vicino e da lontano.
Sono tutti belli, belli, magnifici, gli arazzi distesi. Non è fare un complimento, è dire poco invece. È stato un gran lavoro di tutta la collettività che ha risposto all’invito delle prime donne organizzatrici. E la cosa più bella degli arazzi è che sono tutti sentiti, cioè vissuti con sentimento. Se così non fosse tutte queste donne di bianco vestite non sarebbero partite da ogni dove all’alba o il giorno precedente per ritrovarsi a Roma a esporre i loro manufatti e tante di loro (o forse meglio dire e tante di noi) a prendere la parola per leggere brani che esprimessero quello che hanno dentro e che hanno bisogno che esca e che venga sentito.
Le donne hanno la capacità di creare mondi di connessione e di pace perché abituate a fare da mediatrici, a proteggere la casa, i figli e a proteggersi a vicenda, abituate a subire culture che appartengono al mondo maschile, scelte altrui che pagano più di ogni altro. Abituate a una pratica quotidiana e collettiva di pace. Per fare questo non basta però essere donna che si sostituisce all’uomo nel ruolo di vertice nella classica piramide di potere maschilista. È il pensiero che cambia, sono le modalità di agire e relazionarsi che fanno diverso il pensiero femminile femminista. È il pensiero femminile di pace a essere il vero pensiero femminista, in questo sta la differenza dal pensiero maschile “è una differenza che richiede consapevolezza e che si nomina attraverso le parole che usiamo e le azioni che scegliamo. Prima che sia troppo tardi queste parole e queste azioni oggi debbono essere contro la guerra e contro il riarmo”. Così ci ricorda Daniela Dioguardi di Palermo. Una delle organizzatrici e unificatrici appartenente all’Unione Donne Italiane. La pace non è passività e mancanza di contrasti ma è una ricerca attiva di un punto di incontro.
Viene ricordata la storica raccolta di firme promossa alla fine del 1947 dall’Unione Donne Italiane quando oltre 3 milioni di donne d’Italia firmarono per chiedere il disarmo internazionale e la messa al bando delle armi atomiche. Nel 1948 una delegazione consegnò materialmente la petizione all’ONU a Parigi. Allo stesso modo oggi il progetto è quello di andare, donne d’Italia o di Europa, con i nostri arazzi dei pace al parlamento europeo a Bruxelles a chiedere il disarmo
e un concreto impegno di pace. Questo il prossimo appuntamento che viene lanciato e ancora tutto da organizzare.
Ci pensate? A Bruxelles! Quante donne, quanti arazzi, quante lingue, quanti colori! Quanta voglia e bisogno di pace c’è in tutto il modo!
L’antitesi tra pensiero maschilista e femminista ci viene ben mostrato dalla lettura di un’altra donna che ha scelto un brano di una commedia greca di Aristofane dove le donne vengono accusate dai giudici di intromettersi nella vita politica contestando le decisioni degli uomini. Decisioni di guerra continua, mogli lasciate sole, figli mandati a morire, donne che si ritengono invece le dirette interessate, le prime vittime delle decisioni dei dissennati uomini, donne in grado di compiere scelte diverse, scelte di vita, di pace e di amore se solo fosse loro permesso.
Le donne si susseguono nel prendere la parola nonostante il sole caldo e impietoso.
Ma la piazza delle 1000 piazze di donne è anche canti come quelli intonati dalle magnifiche donne di Napoli che hanno distribuito alle partecipanti piccoli foglietti arrotolati a mo’ di pergamena con i loro canti tradizionali in modo che chiunque possa cantare con loro. Mentre donne vestite di nero con ognuna una lettera in mano a comporre la scritta CESSATE TUTTE LE GUERRE sfilano in uscita dalla scena, vanno loro incontro le bianche donne napoletane intonando il loro canto di pace di donne e di madri. Ognuna porta un foulard di uno dei colori dell’arcobaleno a richiamare la bandiera della pace. Camminano lentamente per la piazza drammatizzando i loro canti con il tono della voce, con l’espressione del viso, con le mani che cullano i loro foulard colorati come bimbi a cui cantano una ninna nanna densa di apprensione e sentimento.
Cantano e noi le seguiamo finché ci prendono per mano e insieme, accompagnate dai canti, formiamo un anello che lento si muove lungo la piazza. Un lento ballo di unione non concordato che ci coinvolge tutte.
Grazie donne di Napoli.
Nella piazza si trova un curioso arazzo verticale, tridimensionale a forma di campana, portato dalle donne di Rovereto: rappresenta la famosa campana di Rovereto. Queste donne hanno trasportato smontata l’impalcatura in legno del loro arazzo-campana. Lenzuoli bianchi ricoprono la struttura e riportano i nomi dei molteplici paesi interessati da guerre. In verticale vi sono strisce di stoffa dei colori della bandiera della pace che riportano parole quali giustizia, uguaglianza, libertà.
Ma la piazza, di nuovo, è anche altro. È musica e balli.
La Menestrella Femminista Nicoletta Salvi strimpella con maestria sulla sua chitarra tarantelle e canti popolari dialettali rivisitati in chiave femminista: La povera Cecilia, Cicerenella, Libera come un uomo, Te lo ricordi. Cercatele, ascoltatele. Canzoni potenti, vere, irriverenti verso il pensare maschio, cantano a volte la rivincita delle donne, a volte la loro malaugurata sorte.
Mentre la menestrella canta battiamo le mani a tempo, cantiamo il ritornello, balliamo saltellando, piroettando e scambiandoci dal braccio di una a quello di un’altra.
La canzone Te lo tricordi Nicoletta ci spiega che rivive l’età dell’oro del matriarcato quando gli uomini vivevano in pace e in armonia perché il matriarcato, ci spiega ancora, non vuole dire che le donne comandano sull’uomo ma che, come ha rivelato la studiosa di civiltà matriarcali Heide Göttner-Abendroth, le civiltà basate sul matriarcato erano ispirate dalla visione tutta femminile di condivisione e di pace tipica delle donne che cercano di ricucire gli strappi e di proteggere anziché allontanare e distruggere, conquistare e comandare.
“Te lo ricordi com’era bello stare / tutte insieme…” canta la menestrella.
Giù, ai piedi del Campidoglio, lungo la via dei Fori Imperiali scopriamo esserci una postazione di Emergency. Qui vi è una lunga striscia di un telo di spesa plastica bianca distesa per terra su cui i passanti hanno creato scritte e disegni con vernice rossa, blu, gialla. Una grande opera collettiva di Chiamata alle Arti per dire No alla guerra.
Prendiamo anche noi il pennello e aggiungiamo la nostra frase e il nostro disegno: la via è l’amore. S’interseca la parola pace. Un fiore rosso accompagna la scritta.
Le ore passano e con esse, tra gli arazzi, passano anche i turisti. Si fermano, guardano, leggono, fotografano. In francese una guida spiega al suo gruppo che gli arazzi riportano tutti scritte di pace, écrits de paix.
Anche le donne degli arazzi si spostano nella piazza ad ammirare i lavori delle altre, a chiedere la città di provenienza, a fotografare, a filmare.
Il caldo insiste ma a tratti si alza l’aria che solleva gli arazzi, li piega, alcuni vengono trascinati via ma prontamente fermati e risistemati al loro posto. Chi passa, anche se non si tratta del proprio arazzo, ridistende quelli che si sono piegati in modo che restino in bella mostra per chiunque.
La televisione intervista alcune di noi e documenta la manifestazione. Andiamo in onda più tardi sul Tg3 nazionale delle 19:00. C’è chi a quell’ora filma il televisore con il servizio giornalistico per mandarlo alle donne che se lo sono perse. Così anche noi riusciamo a vederlo! È una piccola soddisfazione.
Ma questo succederà più tardi. Per ora siamo ancora in piazza del Campidoglio.
Pian piano le donne iniziano a smontare le loro installazioni. Chi arrotola, chi piega. Le ultime foto degli arazzi che vengono sollevati prima di essere riposti nelle valige da chi ha l’aereo o il treno da prendere. Ognuna con cura pulisce i propri pezzi di stoffa e li ripone nei trolley.
Gruppetti di donne si attardano a chiacchierare.
Noi abbiamo fatto su tutto e ci scambiamo un bel 5 che immortaliamo in una foto “Missione compiuta” per tutte le donne biellesi che rappresentiamo.
Vado ai servizi igienici non lontano dalla piazza e vengo accolta dalla signora delle pulizie e dal suo sorriso “ Ecco un’altra donna vestita di bianco – esclama – oggi siete tutte vestite di bianco”. “Siamo le donne della Pace” rispondo.
Per le 17:00 siamo altrove, ma non lontano, in piazza Santi Apostoli. Ci troviamo, o meglio, facciamo in modo di trovarci dentro a una manifestazione per le donne afgane. Ci invitano a
reggere ognuno un cartello con l’immagine di donne fantasma, totalmente ricoperte dai loro burka integrali azzurri. La loro quotidianità. Ci sono dei dipinti eloquenti sulle donne ingabbiate a cui è negato tutto, l’istruzione, le cure, la vita stessa. “Una scuola chiusa è una vita rubata” “Non lasciateci morire” “I Talebani commettono crimini. Il mondo li supporta” recitano alcuni cartelli. Uomini, donne, bambini e tante ragazze afgane chiedono “Istruzione, lavoro e libertà”.
Un uomo inizia a cantare in una lingua che non comprendo, i presente afgani lo seguono, noi altri ascoltiamo con rispetto. Una ragazza afgana tiene in mano la foto di un’altra ragazza afgana dai colorati vestiti non occidentali. Sua sorella? Un’amica o cugina? Lei stessa prima di arrivare in Italia? Composta, in silenzio, inizia a piangere anche se cerca di trattenere le lacrime asciugandosi con piccoli gesti discreti gli occhi e il naso. Una ragazza vicino se ne accorge e l’abbraccia con dolcezza mentre il canto continua.
Chissà cosa ha vissuto o di quali atrocità ha saputo. Chissà chi ha perso. Chissà se si può mai avere pace quando la nostra anima e i nostri affetti sono stati brutalmente trattati. Potremo mai capire noi? Con che diritto siamo a parlare di pace noi che non sappiamo nulla di sofferenza? Di diritti negati?
La guardo e soffro per quel che sono in grado di capire di sofferenza profonda io che certe cose forse nemmeno me le immagino. Posso provare a immedesimarmi, il cuore è gonfio di lacrime, ma è davvero questa la sofferenza? O è mille e mille volte di più, più profonda, più straziante, più irreparabile?
La guardo e mi domando se la mia empatia abbia un senso, se possa servire a lei e a tutti gli altri come lei, a tutti i popoli massacrati di ingiustizie fisiche e psicologiche. La guardo pensando se la distanza si potrà mai colmare tra chi è coinvolto in prima persona e lo spettatore che pur si sente coinvolto. Che diritto abbiamo noi di dire la nostra sulla sofferenza? La guardo. Ma se lo vuoi l’empatia non ha confini. Siamo là, italiani e afgani, proprio perché insieme chiediamo le stesse cose e insieme proviamo gli stessi sentimenti, perché entrambi vogliamo un mondo giusto, accogliente, di pace. I nostri animi femminili e umani vibrano insieme.
Canta la Menestrella Femminista “Te lo ricordi com’era bello stare / tutte insieme/ correre nel mare, cantare / alla foresta…” e poi ancora “Te lo ricordi / se non ricordi reinventiamocelo…”
Per noi è ora di andare. Lascio la mia posizione nel cerchio delle donne afgane. Appoggio al centro il mio cartello e vado a recuperare il mio trolley che casualmente si trova dietro alla ragazza che piangeva. Le sono alle spalle, mi avvicino, le poso una mano sulla spalla per farle sentire la mia presenza, lei si volta. Le sorrido, mi sorride, le do un bacio sulla guancia senza dire nulla. Con dolcezza mi ringrazia.
Tutto è avvenuto senza parole, tutto è avvenuto con dolcezza e naturalezza, tutto è avvenuto con sentimento e condivisione.
“Facciamo cordata in questa scalata…” canta la menestrella.
In piazza del Campidoglio la festa, in piazza dei Santi Apostoli il dolore. Sembra un’antitesi ma in realtà c’è lo stesso scopo finale, arrivare tutti a poter vivere nella pace, nella libertà, e in un clima di festa. Pace e festa come unione e come punto a cui tendere tutte e tutti. Insieme.
“Facciamo cordata in questa scalata / perché se una cade la corda la / tiene su…”
TE LO RICORDI
(cantautrice e cantante la Menestrella Femminista Nicoletta Salvi)
Te lo ricordi com’era bello stare
tutti insieme
correre nel mare, cantare
alla foresta
allearsi agli animali, confidarsi
con le rocce
Te lo ricordi com’era bello andare
tutte nude
senza paura, senza vergogna, i figli
e le figlie di tutte
Te lo ricordi
Te lo ricordi com’era bello fare il
pane cantando
e mangiarlo tutte insieme, a
ognuna al suo bisogno
Te lo ricordi com’era bello fare il
bagno alla cascata
acqua sacra, fiume che scorre,
celebravamo la vita
Te lo ricordi
Te lo ricordi com’era bello quando
tutto era vivo
terra fuoco acqua vento, e io mi
sentivo unita
alle mie sorelle, ai miei fratelli,
alle antenate,
alle figlie, alla terra, alla vita
Te lo ricordi
Te lo ricordi quel filo rosso che
ci univa
sangue rosso, trama e ordito, la
tela che tessevamo
Te lo ricordi com’era bello sentire
il nostro corpo
cuore che batte, utero che pulsa
si riempie e si svuota, si allarga e
si stringe
come il tempo…. la trinità
bianco rosso nero bianco rosso
nero bianco
rosso nero bianco rosso nero
bianco rosso nero…..
Te lo ricordi
Se non ricordi
reinventiamocelo insieme
se non ricordi
reinventiamocelo insieme
riallacciamo i nostri fili,
reintrecciamo questa corda
ritessiamo i nostri tessuti
facciamo cordata in questa scalata
perché se una cade la corda la
tiene su
e non cade giù, e la tiene su
te lo ricordi

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