Dalle prigioni israeliane alla stretta sul dissenso in Europa: il sistema che chiamiamo sicurezza
Nel gennaio 2026 è stata pubblicata Living Hell, un’inchiesta che aggiorna e approfondisce il rapporto di B’Tselem dell’agosto 2024, Welcome to Hell.
Non è un seguito qualsiasi. È la conferma che ciò che allora veniva documentato non era un’eccezione, ma un sistema.
Basandosi sulle ricerche già condotte e su nuove analisi, l’inchiesta raccoglie le testimonianze di 21 palestinesi rilasciati dalle prigioni israeliane negli ultimi mesi. Le loro parole sono state incrociate con dati e informazioni provenienti da altre organizzazioni israeliane e internazionali per i diritti umani. Il quadro che ne emerge è inequivocabile: le prigioni israeliane continuano a funzionare come una rete sistemica di campi di tortura, oggi ancora più estesa, strutturata e normalizzata rispetto al passato.
Le pratiche documentate includono violenza fisica e psicologica, condizioni di detenzione disumane, fame deliberata, negazione sistematica delle cure mediche. Questi elementi non sono collaterali. Hanno già causato numerose morti. Alcuni ex detenuti riferiscono inoltre di aver subito o di aver assistito a violenze e abusi sessuali.
La trasformazione del sistema carcerario in una rete di campi di tortura non è un fenomeno isolato: si inserisce in un attacco coordinato del regime israeliano alla società palestinese, con l’obiettivo di smantellarne la struttura collettiva, spezzarne i legami, annientarne la dignità.
Quella che segue è una sola testimonianza.
Una fra le tante di chi è sopravvissuto a quell’inferno.
Tamer Qarmut, 41 anni, padre di cinque figli, Beit Lahiya, Gaza:
“Durante la tortura, uno dei soldati mi violentò.
Mi infilò un bastone di legno nell’ano, lo lasciò lì per circa un minuto e poi lo tirò fuori.
Lo rimise dentro con ancora più forza e io urlai a squarciagola.Dopo un altro minuto lo estrasse di nuovo, mi ordinò di aprire la bocca, me lo infilò in bocca e mi costrinse a leccarlo.
Fui travolto da un senso di ingiustizia e di umiliazione.
L’insulto fu così devastante che svenni per alcuni minuti.”
Se qualunque altro Stato al mondo avesse compiuto anche solo una frazione di ciò che lo Stato israeliano ha messo in atto, sarebbe già stato isolato e sanzionato dalla comunità internazionale.
E invece accade esattamente il contrario.
In Occidente la maggior parte dei governi continua a schierarsi apertamente con Israele.
E in Italia – come nel resto d’Europa – è in corso una stretta censoria progressiva, meno spettacolare di altre, ma non per questo meno pericolosa.
In Parlamento sono attualmente in discussione diversi disegni di legge sul contrasto all’antisemitismo. Non sono ancora legge dello Stato. Ma un testo base è già stato approvato in Commissione al Senato, ed è su quel testo che si sta lavorando.
È qui che dovrebbe scattare l’allarme. E invece tutto tace.
Perché sotto la retorica della tutela e della lotta all’odio, si sta tentando di istituzionalizzare una definizione ambigua, capace di trasformare la critica politica, giuridica e storica allo Stato di Israele in una forma assimilabile all’antisemitismo. Non si tratta di negare l’esistenza dell’antisemitismo: si tratta del suo uso strumentale, del suo svuotamento semantico, della sua trasformazione in un’arma politica.
In questo slittamento, denunciare crimini documentati da organizzazioni per i diritti umani, parlare di apartheid, tortura, detenzione arbitraria, criticare un governo e le sue politiche può diventare giuridicamente e moralmente sospetto.
È un passaggio gravissimo, perché avviene prima ancora della legge, nel linguaggio, nel dibattito pubblico, nell’autocensura preventiva. E non è un caso isolato.
Il cosiddetto decreto sicurezza, già in vigore, ha ulteriormente indebolito il perimetro delle libertà civili, normalizzando l’idea che lo Stato possa intervenire in modo sempre più discrezionale contro il dissenso, la protesta, la disobbedienza.
Il fermo amministrativo israeliano, che consente la detenzione senza accusa né processo, e la progressiva erosione delle garanzie nello spazio europeo non sono la stessa cosa, ma rispondono alla stessa logica di fondo: l’eccezione che diventa norma, la sicurezza che diventa alibi, il diritto che si trasforma in strumento di controllo. Il parallelo non è formale, ma strutturale.
Quando ogni critica viene ridefinita come odio, ogni dissenso viene trattato come minaccia e la repressione si presenta come tutela non siamo più davanti a derive lontane o “altri mondi”. Siamo dentro una dittatura amministrativa, presentabile, legalizzata, che avanza senza bisogno di carri armati.
E mentre l’attenzione viene spostata altrove, il recinto si stringe anche attorno a noi.
La violenza e la disumanità barbarica a cui assistiamo da oltre due anni hanno fatto precipitare il mondo oltre l’età della pietra, in un presente distopico e atterrante.
Il tempo delle rane bollite non è una metafora futura.
È già qui. Ora.
O saltiamo fuori dalla pentola adesso, insieme, oppure verremo tutti cotti nel più atroce dei calderoni.
Articolo originale https://alessandramaffilippi.substack.com/p/linferno-vivente

