
A gennaio scorso il Times of Israel, ha riportato che Israele si starebbe preparando a riprendere a marzo ‘le operazioni’ su Gaza ‘con ancora maggiore intensità’ con l’obiettivo dichiarato di ‘annientare Hamas’. La notizia riporta ‘operazione’, ma va letto ‘guerra’. Un inganno linguistico che conosciamo. Un copione che si ripete.
Dopo due anni di distruzione sistematica e sterminio quotidiano, parlare di ‘ripresa delle operazioni’ significa proseguire un progetto dai tratti sempre più genocidari.
Il risultato è sotto gli occhi del mondo.
È dentro questo quadro che si inseriscono le mobilitazioni locali. Perché ciò che accade a Gaza non resta a Gaza: attraversa porti, governi, accordi commerciali, decreti sicurezza.
🟩⬛ Genova: il porto che si rifiuta di essere complice
Venerdì 6 febbraio il Porto di Genova è tornato a farsi sentire. La mobilitazione lanciata dal CALP – Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali contro il riarmo e il commercio di armi verso Israele ha segnato un punto di svolta che non si vedeva da anni. Non sono stati solo i numeri — circa un migliaio di partecipanti — a colpire. È stata la composizione: una marea di giovanissimi, determinati e consapevoli.
Genova ha una memoria lunga. Nel 2019 i portuali si rifiutarono di caricare armi destinate alla guerra in Yemen. Oggi quella stessa coscienza si riattiva. Il messaggio è chiaro:
la guerra non è un fatto lontano quando passa dai nostri porti.
Per approfondire cosa è accaduto a Genova e perché rappresenta un segnale politico importante, leggi qui: https://www.localmarchforgaza.it/lesempio-del-porto-di-genova/.
🟧⬛ Milano: protestare diventa un problema?
Sabato 7 febbraio a Milano si è tenuto un corteo di diverse migliaia di persone contro le “Olimpiadi insostenibili”, una mobilitazione eterogenea e determinata che ha articolato rivendicazioni su diritti sociali, ambiente, spesa pubblica e anche sul genocidio in Palestina (https://www.pressenza.com/it/2026/02/milano-un-vivace-corteo-contro-le-insostenibili-olimpiadi/).
Il corteo, colorato e partecipato, ha percorso strade e piazze cittadine in maniera pacifica fino a quando non si è scatenata una tensione con le forze dell’ordine verso sera. Una dinamica che si ripete e che occupa i media sottraendo centralità ai contenuti politici della protesta.
Questo episodio si inserisce in un clima politico segnato dall’approvazione di un nuovo decreto sicurezza che introduce misure come fermo preventivo, scudo penale per agenti e sanzioni più severe legate alle manifestazioni e all’ordine pubblico. Tra le disposizioni all’esame del governo ci sono anche restrizioni come il divieto di partecipare a raduni pubblici per chi è stato condannato per specifici reati, strumenti di controllo più ampi per le autorità e pene aumentate per le proteste non autorizzate.
⬛🟫 L’inferno vivente: il sistema carcerario israeliano
La trasformazione del sistema carcerario israeliano in una rete di campi di tortura non è un fenomeno isolato. Si inserisce in un attacco strutturale alla società palestinese, volto a smantellarne la dimensione collettiva, spezzarne i legami sociali e colpirne la dignità.
A fine gennaio 2026 B’Tselem ha pubblicato un’inchiesta che aggiorna il rapporto dell’agosto 2024 sugli abusi sistematici e sul trattamento inumano dei palestinesi detenuti dal 7 ottobre 2023. Non episodi isolati. Un sistema.
Su questi dati si basa l’articolo “L’inferno vivente” (https://www.ideeinformazione.org/2026/02/11/linferno-vivente/) che approfondisce il funzionamento di questo dispositivo repressivo e il suo impatto sulla società palestinese.
🟦 122 cinema in contemporanea in tutta Italia per Disunited Nations
Ieri sera alle 21:00, in 120 sale italiane, è partita contemporaneamente la proiezione di Disunited Nations. Si tratta di un film documentario che segue i passi di Francesca Albanese, relatrice ONU, nella denuncia del genocidio dei palestinesi e, facendolo, pone la questione della crisi del diritto internazionale: come, giorno dopo giorno, l’inaccettabile sembri diventare accettabile. Lo ha detto chiaro e tondo Cecilia Strada durante il dibattito: “Il pericolo più grande che stiamo correndo non è solo la guerra, ma l’assuefazione. Non possiamo permetterci di alzare le spalle davanti ai numeri, di scorrere le foto dei bambini uccisi come se fossero rumore di fondo. Abbiamo il dovere di restare umani e di non abituarci all’orrore”. L’articolo completo: https://www.localmarchforgaza.it/disunited-nations-120-sale-contro-lassuefazione-al-genocidio/.
🟨 Nasce l’Abbecedario Etico.
Dalla A alla Z: Scelte, Azioni, Solidarietà
Una guida pratica per orientare ogni gesto quotidiano. Per informarsi e agire responsabilmente contro l’apartheid e il genocidio in Palestina, ma anche contro le manipolazioni dell’informazione e del linguaggio.
Conoscere la realtà è il primo passo. Scegliere con consapevolezza è il secondo.
Questo manuale nasce per evitare dispersione e confusione e con l’obiettivo di trasformare ogni gesto quotidiano in un atto di responsabilità.
A – Apartheid
Definizione giuridica
L’apartheid non è solo un termine storico legato al Sudafrica. È un crimine contro l’umanità definito dal diritto internazionale, in particolare:
- dalla Convenzione ONU del 1973 sull’eliminazione e repressione del crimine di apartheid
- dallo Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale (art. 7)
Indica un sistema istituzionalizzato di oppressione e dominio sistematico di un gruppo su un altro, mantenuto attraverso leggi, politiche e pratiche coercitive.
Nel contesto israelo-palestinese
Secondo organizzazioni come B’Tselem, Amnesty International e Human Rights Watch, il sistema vigente presenta caratteristiche riconducibili a tale definizione:
- Segregazione territoriale: colonie in Cisgiordania, regime differenziato di strade e permessi, muro di separazione, blocco di Gaza.
- Disparità legale: due sistemi giuridici nello stesso territorio (diritto civile per coloni israeliani, diritto militare per palestinesi).
- Controllo demografico e territoriale: restrizioni sulla residenza, revoche di permessi, demolizioni di case.
- Violenza e coercizione strutturale: arresti amministrativi, detenzioni senza processo, uso sistematico della forza contro la popolazione civile.
Perché è cruciale comprendere il termine
- Perché definire correttamente un sistema significa riconoscerne la natura strutturale, non episodica.
- Perché se è un crimine contro l’umanità, non è una “questione bilaterale”: è una questione di responsabilità internazionale.
- Perché il linguaggio non è neutro: evitare la parola giusta è spesso il primo modo per evitare la responsabilità.
Responsabilità pratica
Conoscere il significato di apartheid implica interrogarsi su:
- quali istituzioni sosteniamo;
- quali aziende finanziamo o legittimiamo;
- quali narrazioni accettiamo senza verificarle.
Azioni pratiche:
- Informarsi tramite fonti verificate.
- Diffondere consapevolezza nelle proprie reti.
- Collegare il concetto di apartheid alle scelte di consumo, investimento e supporto culturale.
🟦 ROTTA CORSARA
Camminiamo, sì. Ma prima ancora chiamiamo le cose con il loro nome. Perché quando la guerra diventa “operazione”, la repressione “sicurezza”, e il dominio diventa “deterrenza”,
non è solo una questione di parole. È una questione di responsabilità.
Dare un nome alle cose è già un atto politico. E noi scegliamo di non abituarci. Di non normalizzare l’ingiustizia. Di non accettare la manipolazione come inevitabile.
C’è chi sostiene che il diritto internazionale valga “fino a un certo punto”.
Noi crediamo che la dignità umana non abbia punti sospensivi.
L’ignoranza è involontaria solo fino a un certo punto.
Dopo, diventa scelta.
Buon cammino e buon vento.
🎨 ATLANTE CROMATICO
🟩 Palestina / identità / resistenza
🟥 Bullismo, intimidazione, abuso di forza
🟧 Propaganda, ipocrisia, diritti umani selettivi
🟨 Linguaggio, parole manipolate
🟫 Colonialismo, terra come bottino
⬛ Violenza, repressione, dittatura
🟪 Connessione sistemica, lettura profonda
🟦 Chiusura corsara, rotta, orizzonte

