di Olmo Losca
“La libertà di parola finisce quando è contro la dignità umana” (Nel pensiero di Primo Levi)
Ergo, il fascismo non ha diritto di parola. Poiché non è un’opinione ma un crimine. Secondo quanto disse Giacomo Matteotti nel suo ultimo, celebre discorso alla Camera dei Deputati il 30 maggio 1924.
E che finisca anche la frase reiterata: “Basta dire fascismo! Il fascismo è finito ottant’anni fa!” Perché sembra una battuta di Woody Allen. Solo che Woody Allen fa ridere, chi la dice no.
Per fascismo s’intende, oggi, tutta quella accozzaglia di partiti, movimenti o singoli individui, italiani e internazionali, che propugnano:
– Chiusura dei confini a chi fugge dalle guerre, dalla fame, dalle carestie.
– Negazione dei diritti alle minoranze.
– No a politiche sociali ed inclusione.
– Delegittimazione del dissenso.
– Disinformazione per accrescere la rabbia e contribuire alla guerra tra poveri.
– Menzogne sistematiche sui fragili.
– re-migrazione.
Non c’è bisogno di abbracciare tutti i punti per essere considerati, a tutti gli effetti, fascisti, ne basta uno.
A molti sfugge una considerazione semplice: quando nasce un termine, quando si crea un termine lessicale, esso non muore. Non finisce, non si interrompe perché si conclude un periodo storico.
Uno dei tanti esempi: Desaparecidos, significa letteralmente “scomparsi”, e si riferisce alle persone che furono arrestate per motivi politici, o anche semplicemente accusate di avere compiuto attività “anti governative”, dalle polizie dei regimi dittatoriali militari, come quello argentino, cileno, uruguaiano negli anni settanta e ottanta. Ma non si è esaurito negli anni 80. Ancora oggi, quando una persona scompare per responsabilità poliziesca o militare, in qualsiasi angolo del mondo, si usa il termine Desaparecidos.
Come venivano chiamati i regimi negli anni settanta-ottanta? A prescindere, in effetti, dai politici ai vertici? Greco, portoghese, spagnolo, cileno, argentino, etc etc? Venivano chiamati “regimi fascisti”. Anche se il movimento dittatoriale italiano era finito. E perché?
Perché qualsiasi concezione della vita politica, e dei rapporti umani e sociali, basata sull’uso indiscriminato della forza e della sopraffazione si chiama fascismo. Il termine ha valore universale ormai. E avrà valore per sempre. Fra mille anni, se ancora esisterà l’essere umano, per indicare un regime si userà il termine “Fascista”. Anche se non necessariamente ha come emblema il colore nero. I termini non si esauriscono perché muore colui o colei che ne hanno dato forma. Questo viceversa viene insegnato al solo scopo di moltiplicare l’assoggettamento a un sistema di potere. Hannah Arendt scrisse:
“Mentire continuamente non ha lo scopo di far credere alle persone una bugia, ma di garantire che nessuno creda più in nulla. Un popolo che non sa più distinguere tra verità e menzogna non è in grado di discernere tra bene e male. E un popolo così, privato del potere di pensare e giudicare, è, senza saperlo o volerlo, completamente sottomesso all’impero della menzogna. Con persone come queste, puoi fare quello che vuoi”. Ed è esattamente quello che sta succedendo oggi con i conflitti in corso: che sia la Palestina, l’Iran, il Sudan, il Myanmar, il Congo, l’Argentina, etc.
L’attualità della disamina dell’Arendt è impressionante. La Arendt la espresse ne “La banalità del male” riferendosi non soltanto ad Adolf Eichmann -ovviamente- ma anche a Joseph Goebbels, esaminando il suo scritto “La conquista di Berlino”.
Il discorso di Goebbels a Berlino, nel 1943, è stato una delle più spaventose prestazioni retoriche del XX secolo, un esempio perfetto della propaganda nazista; e della propaganda in generale.
Il 18 febbraio 1943 Joseph Goebbels, il ministro nazista della Propaganda, tenne presso il Palazzo dello sport di Berlino il suo discorso più famoso, imperniato sul concetto di “Guerra totale” , un tema oggi di estrema attualità. Goebbels rivolse a una folla oceanica la domanda che portò la Germania nazista alla sconfitta finale, nonché alla sua autodistruzione:
“Volete la guerra totale? Se necessario, volete una guerra più totale e radicale di quanto mai oggi possiamo neppure immaginare?”
Il pubblico reagì con giubilo ed entusiasmo e rispose di sì. Ma, appunto, si trattò di propaganda e abile manipolazione degli umori del popolo. Lo stesso avviene oggi con Trump. I suoi deliri di onnipotenza sono lo specchio puro della propaganda di nazista memoria. Lo scrittore Peter Longerich, nel suo libro “Goebbels e la guerra totale”, racconta, come e perché Goebbels arrivò ad architettare una così infallibile trappola oratoria che ebbe conseguenze devastanti. Longerich si dedica poi a un’analisi puntuale del discorso che ne rivela tutti i lacci e le astuzie da oratore navigato; e anche le ingenuità delle masse di cui la propaganda e la comunicazione si approfittano ancora oggi.
La propaganda, secondo Goebbels, era l’arma invincibile per convincere il popolo, la massa, a seguire qualsiasi cosa. E la menzogna era la più alta esecuzione della propaganda. La migliore manipolazione degli autoritarismi. Orban (e adesso Magyar) la Meloni, Trump, Netanyahu, e decine di altri leader dell’ultra destra, anche religiosi, a prescindere in effetti dalla religione, si avvalgono di questo strumento micidiale.
I politici odierni utilizzano la menzogna per convincere le masse ad entrare in guerra. Non hanno inventato niente, hanno soltanto preso i trattati di Joseph Goebbels. Li hanno copiati fedelmente. Un po’ come hanno copiato fedelmente il Piano di rinascita di Licio Gelli.
Costruiscono la menzogna destrutturando la verità, amplificandone la potenza manipolatoria. Tutti i politici sono così? No, ma il vocabolario della propaganda s’insinua in ogni anfratto della politica contemporanea. Il pericolo è proprio nella sua natura intrinseca: il suo modus operandi. Quindi non bisogna mai abbassare la guardia, a prescindere dal leader che in quel momento detiene lo status di privilegio.
Se dicono che combattono la guerra, stanno preparando le masse alla guerra (L’Italia, invece di adoperarsi per promuovere la pace, si riarma come mai nella storia Repubblicana: più di 30 miliardi di spese militari solo quest’anno). Se dicono che solidarizzano con i popoli, stanno preparando i popoli alla catastrofe. Se dicono che vogliono aiutare gli oppressi, stanno creando le condizioni perché gli oppressi e i poveri aumentino.
Ci faranno amare la guerra. Non lo dico io, lo dice la storia. E anche coloro, in politica, che gridano spesso “No alla guerra!”, vogliono comunque mantenere gli eserciti, le funzioni militari, le armi. Anche soltanto per difendere la propria patria da un eventuale attacco. Sostenendo che lo fanno per difendersi. Non c’è un solo politico di rilievo internazionale, almeno in questa epoca storica, che rinuncerebbe all’esercito, alle armi.
“Se giri per strada con una pistola, prima o poi la usi” diceva Martin Luther King.
E allora bisogna sostenere la pace dal basso in ogni sua struttura, morale, etica, dobbiamo sostenere il principio inalienabile dell’antimilitarismo, dobbiamo difendere i popoli che si ribellano alle pressioni liberticide e suprematiste, autoritarie e belligeranti. Dobbiamo, in sintesi, lottare con gli oppressi di ogni latitudine, e reagire determinati a questa deriva autoritaria e xenofoba. Dobbiamo lottare con gli oppressi, e non per gli oppressi. Poiché siamo un unico popolo che calpesta questa terra ormai malata e violentata, fratelli e sorelle a prescindere dal tramonto geografico. Quindi io sono palestinese, sono iraniano, libanese, congolese, sudanese, cinese, russo, ukraino ed ebreo. Sono il migrante, il disertore. Sono musulmano e induista. Difendiamo l’autodeterminazione e l’emancipazione dei popoli, non delle nazioni. E come disse Pietro Gori;
La nostra patria è il mondo intero, e la nostra legge è la libertà.
Il governo e i suoi amici, in questi giorni, continuano a dire che il 25 aprile è divisivo. Certo, certo. Per chi è fascista è divisivo.

