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TESSERE LA PACE – DISARMIAMO LE CITTA’

localmarchforgaza, 2 Luglio, 20262 Luglio, 2026

Testimonianze dalla grande manifestazione a Roma “10 100 1000 Piazze di Donne per la Pace”, il 21 giugno 2026

di Ivana Novello


Le rotelle dei due trolley sembrano cantare felici mentre saltellano lungo le vie di Roma.
Ci seguono con il loro sussultare frenetico mentre ci dirigiamo al Campidoglio, consapevoli di
svolgere una missione molto importante: portare un brandello di stoffa per tessere la Pace. Li
avevamo riempiti con i quattro arazzi, di 3 metri per 3, cuciti da noi donne biellesi, per lanciare un
messaggio ed intrecciarlo ad altri in arrivo da tante città d’Italia: il No delle donne alla guerra, alla
violenza, alle ingiustizie, alle disparità; il Sì all’uguaglianza, alla solidarietà, all’accoglienza, alla
Pace.
Sono grida che nuotano nel mare dell’indifferenza, come barchette di carta bombardate dalle
menzogne guerrafondaie che inducono paura e le vorrebbero relitti alla deriva come innocui
rimasugli di un’ingenuità del passato. Sono grida che non muoiono, che non soccombono al fragore
dei cavalloni, che sfidano il buio degli abissi dell’ignoranza e dell’odio e riemergono illuminati
dall’arcobaleno di un flebile raggio di sole.
La parola rimane, si ingrandisce, è una barca, è un aquilone, sono piedi che camminano, è un
tappeto volante tessuto dalle donne di tutto il mondo; non è solo un’idea, non è un’utopia, è l’unico
futuro. E’ la parola PACE.
Saliamo, con un po’ di fatica per il gran caldo, la lunga scale che porta alla piazza del Campidoglio.
I trolley sobbalzano ad ogni gradino ma, man mano che saliamo, sembrano diventare più leggeri.
Ho l’impressione che gli arazzi siano impazienti di uscire dalla loro prigione e riunirsi ai tanti che li
aspettato festosi.
Ricami, lavori all’uncinetto, a maglia, dipinti, mosaici di stoffa, fiocchi, scritte e disegni avvolgono
la piazza tutto intorno come una collana. Marco Aurelio, dall’alto del suo destriero, guarda stupito il
variopinto tappeto che si stende e si allarga ai suoi piedi. Dietro di lui, sotto la scalinata del Palazzo
Senatorio le statue che rappresentano la grandezza della Roma imperiale, estesa dal Tevere al Nilo,
fanno i conti non con il valore delle sue conquiste seguite dall’ipocrisia della sua pace, ma con
l’internazionalità delle invocazioni al disarmo delle 10, 100, 1000 città di Donne per la Pace.
Sotto i portici del Palazzo dei Conservatori, una coppia di sposi sorride felice ai flash delle
macchine fotografiche. Anche loro hanno tessuto un lungo arazzo fatto di promesse, di progetti, di
condivisione, di complicità e d’amore. Noi stendiamo a terra il nostro confezionato cucendo insieme
pezzi di speranza, d’amore e di pace.
Preceduta da un breve discorso di benvenuto da parte di una assessora in rappresentanza del sindaco
di Roma, interviene la brava Daniela, referente e coordinatrice di tutte noi donne per la Pace, per
lasciare poi spazio a tante altre arrivate da ogni angolo d’Italia con parole, musiche, canti e balli.
Una festa, sì, ma anche momenti di riflessione, di silenzio, di condivisione, di rabbia e di tristezza.
La sindaca di Erice invita al dialogo e alla solidarietà tra le comunità per costruire la pace allo
stesso modo in cui sono stati uniti i tessuti che hanno colorato il Campidoglio.
Ci scateniamo a ballare la tarantella e ci cimentiamo (con poco successo da parte mia) in canti di
vari paesi nei dialetti e nelle lingue originali, insieme alle donne di Napoli. Ci prendiamo per mano
per fare un grande girotondo. La brava Nicoletta Salvi, la Menestrella Femminista, ci incanta con le
sue narrazioni in musica, le sue canzoni popolari e di denuncia.
“Far camminare un bimbo è cosa semplice, tremendo è portare gli uomini verso la pace” si legge
sullo striscione rosa di Chiavari, sopra un verde prato pieno di fiori sul quale volano farfalle e
vaporose nuvolette.
La campana di Rovereto porta un carico pesante: i nomi dei 60 paesi in guerra scritti sui teli bianchi
che la compongono.
Ai lati della scalinata lunghi veli di tessuto rosso ondeggiano e scendono come il fiume di sangue
versato nelle guerre.
Poco sotto, ai Fori Imperiali, Emergency ha steso un enorme telo bianco sul quale tutti possono
scrivere o disegnare. Armate di pennelli anche Sara ed io lasciamo una scritta: “La via è l’amore”
che si incrocia con la parola “pace”, e un disegno: un fiore rosso.
Mentre la piazza si svuota noi, forti del fatto che dormiremo a Roma, decidiamo, ripiegati e riposti
nei trolley gli arazzi, di fare ancora qualche passo tirandoci dietro il nostro “carico rotolante” fino in
piazza Santi Apostoli dove sta per iniziare un’altra importante manifestazione: un presidio di
solidarietà alle donne Afghane. In Afghanistan, dal ritorno al potere dei Talebani, le donne non
hanno più nessun diritto, non sono più persone. Non possono studiare, nemmeno medicina o
infermieristica, nonostante il divieto di essere curate da medici uomini. Non possono uscire di casa
se non accompagnate da un maschio di famiglia: marito, padre o fratello e quando escono devono
coprirsi completamente il corpo, la testa e il volto. Se sono sole possono essere arrestate per
vagabondaggio e torturate. Per le donne vige il divieto di frequentare qualunque luogo pubblico
come parchi, giardini, ristoranti, palestre, caffè. E’ ammesso il matrimonio anche con bambine che
da quel momento diventato proprietà del marito, spesso senza poter più avere contatti con la
famiglia di origine.
Con molto coraggio le donne Afghane stanno lottando in clandestinità. Le loro armi sono le scuole,
piccole realtà gestite in segreto a costo della vita, e i laboratori nascosti dove riescono lavorando ad
avere una certa indipendenza.
L’apartheid di genere dell’Afghanistan è un crimine contro l’Umanità che non dobbiamo lasciare
oscurare dall’indifferenza.
Al ritorno nel nostro bagaglio non c’erano solo i nostri arazzi; c’erano anche le 10, 100, 1000 donne
che abbiamo conosciuto nelle trame dei loro lavori e nelle loro parole: i loro ideali, la loro forza, la
loro bellezza. E noi, oggi, siamo molto più ricche.

Ivana Novello

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