La mente umana non ha confini, a volte i ricordi fioriscono così, all’improvviso, come le rose nel deserto; basta una goccia d’acqua, un evento raro e tutto ritorna in vita.
Quando ho saputo che due attivisti della Global Sumud Flottila, Thiago Ávila e Saif Abukeshek, sono stati condotti in Israele per essere interrogati, la mente mi ha portato a Nablus, quando ero poco più che un ragazzino. A quei tempi girava una copia di un manuale scritto a matita “Resoconto per resistere agli interrogatori nelle carceri israeliane e poi da grande avere figli”; c’erano anche un paio di disegni ben fatti.
Non sto qui a raccontarvi come ci allenavamo per mettere in pratica le istruzioni. Di seguito riporto un pezzo del manuale, mi auguro che nel frattempo la tecnica degli interrogatori sia cambiata, ma dubito fortemente:
“Il peggio sono i primi tre giorni. Quando entri nello stanzone ti sembra di essere capitato in un buco nero. Il mondo è distante, nessuno sente le tue urla, le tue lamentele, il tuo pianto senza lacrime.
“Dove sono finito?”
Ovunque ombra. Le pareti sono nere. La stanza, vuota, ha solo una sedia scomoda. Mani e piedi legati.
Dopo un po’, senti dei passi. Cerchi di non pensare troppo, tanto non hai vie d’uscita. Non è il coraggio che ti manca ma la fantasia: ti sei tanto preparato per questo momento, ma non eri riuscito a immaginare niente di simile: pensavi a degli uomini e invece ti trovi circondato da fantasmi invisibili.
Voci indecifrabili.
Il cervello lavora troppo, è fuori controllo.
Finalmente qualche parola comprensibile.
Le prime domande sono quelle di rito, nome, cognome, eccetera.
Non sai quanti sono, non riesci a vederli, hai un fascio di luce piantato in faccia.
Ceffoni a tutto andare, anche quando pensi di aver risposto giusto.
Le pinze non le vedi ma le senti quando si avvicinano alle unghie dei piedi. E lo strappo è così preciso, così rapido che non hai nemmeno il tempo di urlare.
Cerchi di svenire ma non ci riesci. E dire che ti eri allenato anche per questo.
Avresti bisogno di apporggiarti a qualcosa. Allah.
La paura è anche un cane senza denti. Senti il suo fiato fra le gambe e ti chiedi se qualcuno glieli ha strappati, quei denti, e perché. La risposta non si fa attendere. Basta che tu non li convinca e l’uomo dice una parola sconosciuta, sembra tedesco. Lo sdentato obbedisce e con un balzo ti ritrovi i tuoi coglioni nella sua bocca. Perché sei nudo, è chiaro. E qui hai tutto il tempo di urlare e implorare il tuo Allah perché il cane fa bene il suo mestiere, senza fretta, e non ha nessuna intenzione di mollare finché non arriva un nuovo ordine. Come un interruttore: on/schiaccia i coglioni, off/li può mollare.
La paura non è tanto il cane, ma il tempo durante il quale si aspetta l’off”.
Temo che gli amici della Sumud non abbiano potuto leggere in tempo il manuale, ma so che dentro di loro hanno amore e coraggio per resistere alla violenza. Vi abbraccio forte.

