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Non arrendersi

localmarchforgaza, 25 Agosto, 202625 Agosto, 2026

Domenica alla Trappa di Sordevolo si sono incontrate quattro testimonianze importanti, per una giornata che ci ha fatto commuovere, riflettere, condividere.

Muin Masri, cantastorie palstinese accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, ci ha raccontato cosa significa affrontare l’odio e l’ingiustizia per liberare l’amore. Per noi non solo è un amico, ma un grande esempio di vita che nutre la nostra volontà di non arrenderci alla banalizzazione del male.

QUI potete trovare il video con alcuni frammenti

Jack di Biellesi per la Palestina libera, appena rientrato dalla Cisgiordania dove è stato volontario per ISM (International Solidarity Movement) per un mese e mezzo, ci ha raccontato la vita quotidiana dell’occupazione e l’importanza della loro presenza per proteggere i contadini e le famiglie palestinesi dalle aggressioni dei coloni.

Le Donne in Cammino per la Pace hanno esposto nei terrazzamenti della Trappa gli arazzi realizzati per l’iniziativa “10, 100 1000 Piazze per la Pace”.

Lo zaatar di Doha, contadina palstinese, ci ha comunicato il sapore dell’amore per la propria terra, anche quando significa rischiare la vita per coltivarla.

Lo zaatar è un misto di spezie. E’ diverso da luogo a luogo, ci ha spiegato anche Muin. Quello assaporato alla Trappa di Sordevolo è quello che conosce fin da bambino. Doha infatti è di Burin, villaggio nei pressi di Nablus.

Nomi che suonano lontani e che stanno scomparendo anche dalle mappe di google. E così, come in un’operazione del Grande Fratello, si vuole fare sparire, pezzo per pezzo, la Palestina dalla coscienze. E’ la sconfitta di tutti ci ha spiegato Muin, conducendoci con le sue parole in quella terra che è diventata il simbolo delle cause perse, come le ha chiamate.

“Cause perse che sono la speranza di un mondo diverso”, gli è stato risposto.

Per un uomo nato a Nablus, che ha vissuto l’occupazione e l’apartheid, lo sterminio quotidiano di bambini, di donne e di uomini nella sua terra è un dolore difficile da comunicare. Ha iniziato a recitare nominando il “contorno del niente”. Il contorno di niente è il niente, ci ha fatto capire. Esattamente quello che Israele anzi, dobbiamo dire, non solo quello Stato, ma tutti i governi che lo sostengono, stanno creando in quell’area martoriata del mondo. Prima di nominare la stanchezza Muin ha detto altre due cose che ci hanno colpito.

La prima è che dove non c’è niente si impara a dividere tutto.

Non è scontato. Dove non c’è niente si può anche scegliere la brutalità, abbiamo pensato noi che lo ascoltavamo.

Il secondo passaggio importante è fortemente collegato con la frase di cui sopra: “Vivere e morire con dignità umana è rimasta l’ultima cosa in quel pezzo di mondo”.

E allora diciamolo: proprio lì è la speranza, nella scelta della dignità che porta a alla gentilezza e a rigettare la brutalità.

Domenica questa gentilezza ha attraversato tutti i partecipanti agli incontri alla Trappa di Sordevolo.

Ringraziamo tutti di cuore, specialmente coloro che sono venuti per ascoltare, partecipare, contribuire, non arrendersi insieme a noi.

C’era anche Ivana e quello che segue è il suo racconto

Trappa, 23 agosto
Salgo a piedi con Daniela, camminiamo lentamente raccontandoci di
noi, ma presto il discorso passa alla Palestina, a Gaza, al
genocidio e alla deriva dell’umanità insensibile a tutto questo
orrore. La domanda che ci assilla è cosa si può fare, anche
iniziando dalle piccole cose, per fermare l’escalation di guerre e
distruzioni che affligge il mondo.
Non voglio credere che sia una “missione impossibile”, non voglio
credere che si sia giunti ad un “punto di non ritorno”, mi fa male
pensare che il popolo palestinese sia ormai condannato alla stessa
fine dei nativi americani, chiusi in riserve e vittime di
discriminazioni. Non voglio pensare che la gente preferisca
chiudere gli occhi, negare l’evidenza e credere alle menzogne,
ormai non più credibili, di una narrazione ipocrita che descrive
un paese, Israele, come vittima costretta a difendersi.
Come posso, pur piangendo gli Ebrei uccisi dalla pazzia di Hitler,
credere che Israele sia una democrazia!
Inoltre, come può della gente come me, a cui nessuno con la pelle
scura ha mai fatto del male, pensare che dei disperati che dopo
aver subito inimmaginabili violenze e soprusi, in cerca di
salvezza su barconi fatiscenti, sbarchino sulle nostre coste per
invaderci!
No! voglio ancora provare a credere all’antica leggenda cinese di
Yugong, ripresa da Mao Tse Tung a conclusione del VII Congresso
Nazionale del partito Comunista Cinese nel 1945, per definire la
forza che scaturisce dalla tenacia e dall’unione.
“Yugong era un vecchio “scimunito” che viveva in una casa con
davanti due alte montagne, Taihang e WangWu, che ne ostruivano il
passaggio verso l’esterno. Perciò decise con l’aiuto dei figli di
abbatterle a colpi di zappa.

Un vecchio “saggio”, vedendoli all’opera li derise: – Siete degli
illusi, voi da soli non riuscirete mai a spostare le montagne! –
Il vecchio rispose: – Quando io morirò ci saranno i miei figli e
poi i miei nipoti e così via di generazione in generazione
all’infinito. Le montagne invece non possono crescere più di così.
Perché non dovremmo riuscire a spianarle? –
Spaventato dal lavoro di Yugong, il dio della montagna, temendo
che non si sarebbe mai fermato, andò a riferire la cosa al supremo
dio del cielo il quale, commosso da tanta determinazione, ordinò a
due divinità dotate di forza titanica di caricarsi quegli enormi
massi sulle spalle e portarli via.
Così il vecchio riuscì a spostare le montagne.
Come Yugong, simbolo di quella perseveranza e forza di volontà che
può far superare ostacoli apparentemente insormontabili, così le
Donne in Nero che instancabili ribadiscono un “CESSATE IL FUOCO”
stampato a grandi lettere sui loro petti, insieme a tutte le
persone che non hanno paura di abbattere muri togliendo un
sassolino dopo l’altro, riusciranno a risvegliare le coscienze,
scuotere dal torpore i “saggi” che pensano che “tanto non cambia
niente”, per diventare tutti insieme un gigante capace di smuovere
le montagne.
Alla Trappa stendiamo subito i nostri arazzi sul prato fiduciose
che non pioverà nonostante l’aria fresca e qualche innocua
nuvoletta che più tardi si allontana lasciando spazio ad una bella
giornata di sole.
C’è già un bel gruppo di persone venute ad ascoltare il bravo Muin
Masri che, con grande empatia, accompagnato dalla chitarra di
Martino Cerale, riesce a raccontare i drammi della sua terra
parlando di amore, di dialogo, di pace.
Confessa di sentirsi quasi in colpa a vivere nelle comodità ed
avere dei privilegi, come quello di aprire il rubinetto e veder
sempre scorrere l’acqua, mentre nella sua casa in Palestina
l’acqua veniva concessa solo un giorno la settimana: solo il
giovedì.
Ne segue un dibattito sulla necessità di dialogo tra Israeliani e
Palestinesi ma anche sull’impossibilità di un confronto tra chi
considera gli altri dei “cani palestinesi”, delle “non persone” da
eliminare e chi vorrebbe solo vivere in pace sulla sua terra anche
se la difficoltà di dimenticare gli orrori di un genocidio che si
protrae da oltre settant’anni di colonialismo appare
insormontabile.
Anche condividere una polenta e altre squisitezze che la cucina
della Trappa ci offre, seduti attorno ai grandi tavoli di legno
sul prato difronte all’antico convento aiuta ad avere una visione
più ottimista e a provare ad immaginare un futuro di sostenibilità
ecologica, giustizia sociale e libertà per tutti i popoli.
Gli occhi catturano i colori della natura e dipingono nei nostri
pensieri una grande bandiera della pace che avvolge il mondo
scacciando il grigio tenebroso delle armi.

Nel pomeriggio il dibattito prosegue preceduto dal racconto di
Jack appena tornato dalla Palestina.

La situazione, purtroppo è quella che conosciamo anche se ci dice
che fortunatamente lui non si è trovato al centro di attacchi da
parte di coloni o in situazioni di pericolo.
Però sappiamo che gli attacchi continuano e vengono continuamente
presi di mira giornalisti, operatori sanitari, Ong e soprattutto
bambini.
Quando saluto tutti (o quasi, perché qualcuno fra tanta gente mi è
sfuggito) mi sento più ricca e, anche se la consapevolezza di una
situazione disperata mi rattrista, so che oggi abbiamo spostato un
altro granello di sabbia dalla montagna

Ivana

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