«Il progetto si realizza quando quello che vediamo guardando fuori dalla finestra ci appare orrendo, sbagliato o falso.»
— Enzo Mari, 25 modi di piantare un chiodo
Quando un percorso collettivo attraversa mesi di mobilitazione contro l’orrore del genocidio a Gaza, arriva il momento in cui la stanchezza o la frammentazione rischiano di trasformare l’energia in rito o in sterile dibattito interno. È proprio lì che serve fermarsi, guardarsi negli occhi e rimettere a fuoco la rotta: non per difendere un marchio o stilare organigrammi, ma per dare risposte concrete a una domanda politica essenziale: che fare?
Questo significa mettere a punto un progetto.
Per questo abbiamo accolto l’invito a partecipare all’incontro, che si sta tenendo in questi giorni a Subiaco, che si è data il nome di PCI: Portentosa Cura Intergalattica e che è riuscita a portare altre 30 organizzazioni a confrontarsi su temi che riguardano proprio come realizzare il cambiamento.
Riteniamo, anche noi, prioritaria l’etica della cura: cura della Terra, dei beni comuni, delle conquiste sociali e, soprattutto, cura di noi stessi e delle nostre relazioni. Risuonano qui le riflessioni di Guido Viale su Pressenza, che invita a pensare le comunità di lotta non come cellule chiuse, ma come un addensamento dinamico di reciprocità, riconoscimento e mutuo sostegno, capaci di camminare su due gambe: conflitto e partecipazione. Sono due elementi imprescindibili per sottrarsi alla complicità con poteri che marciano verso l’autodistruzione, guardando a esperienze vive come i No TAV, i Portuali di Genova e il Collettivo di Fabbrica GKN.
Proprio la GKN, nel documento “Non è emergenza, è urgenza” , da cui siamo partiti nella scorsa newsletter, ricorda che l’azione dal basso deve farsi carico del presente senza attendere i tempi della politica istituzionale.
Per noi delle Local March for Gaza due momenti di confronto — l’incontro di Ivrea sul mediattivismo e l’informazione dal basso, e la due giorni di Rubbiano — tracciano, insieme al cammino, la fisionomia del nostro percorso.
La nostra esperienza salda il rifiuto dell’occupazione coloniale e della pulizia etnica in Palestina con la questione delle cosiddette aree interne del nostro Paese.
Lungo i Cammini che hanno attraversato i paesi delle dorsali alpina e appenninica, abbiamo imparato che la materia non mente: camminare impone di misurarsi con il dislivello, il fango, la fatica e le distanze reali. La scelta di attraversare i margini — i luoghi spopolati dall’esodo verso i centri economici negli ultimi 150 anni — rappresenta un’inversione di prospettiva politica. Significa riconoscere le ferite della modernità e promuovere pratiche che invertano i flussi: non solo delle persone, ma delle risorse naturali, economiche e relazionali.
Ripensare le aree interne non è nostalgia, ma un atto generativo per riabitare i territori costruendo economie fondamentali, giustizia e alleanze tra chi presidia le terre alte e chi resiste nei paesi e nelle città. Camminare è un atto politico radicale: disinnesca le scorciatoie ideologiche e ci àncora alla realtà.
Il nostro passo ha senso solo se porta con sé l’attrito del presente, nominando con chiarezza l’occupazione militare, l’apartheid, il colonialismo e la pulizia etnica in Palestina. Perchè riconoscere l’ingiustizia e porvi rimedio è il primo passo, necessario, per creare le condizioni per il perdono e per una pace duratura. Nessuna vittima è in grado di perdonare se non le viene riconosciuto il torto che ha subito e una riparazione. Ed è proprio per questo che i palestinesi continuano ad essere uccisi.
Rispetto al “Che fare?”, lo scorso inverno come referenti delle diverse Local March for Gaza ci siamo riuniti a Rubbiano per affrontare la questione organizzativa. Abbiamo provato a coordinarci per continuare a promuovere marce locali per Gaza, ma ci siamo resi conto che l’energia investita per organizzare gli oltre 30 cammini in giro per l’Italia e raccogliere quasi 8000 firme non era più disponibile. Facendo i conti con quanto realizzato e con le nostre effettive possibilità abbiamo quindi deciso di mettere le energie disponibili nel mediattivismo: rafforzare la nostra newsletter allargando la redazione; offrendo una selezione ragionata di articoli di approfondimento e informazioni sulle campagne e iniziative in corso; nutrendo il sito e condividendone i contenuti sui social e attraverso la newsletter; ospitando l’Abbecedario Etico per continuare a stimolare la riflessione sulle parole e sul linguaggio come campo di battaglia; mettendo a disposizione i nostri canali per veicolare informazioni su campagne, presidi e manifestazioni; portando la newsletter e l’Abbecedario Etico su podcast, per raggiungere pubblici diversi.
Questo, – per alcuni di noi – continuando a vivere e a lavorare nelle cosiddette “aree interne” del nostro Paese. I nostri passi sono mossi dalla convinzione che ognuno deve fare quello che può, da dove può. E che per cambiare il mondo dobbiamo partire dal nostro quartiere, dal nostro paese, dalla nostra comunità da ricostruire. Per noi significa innanzitutto prenderci cura dei nostri compagni di cammino, senza riprodurre tra di noi la violenza che già subiamo dal presente stato di cose.
Queste sono, al momento, le nostre coordinate.
⬛ COME RENDERE LA VITA IMPOSSIBILE AI PALESTINESI
L’amico giornalista Fareed Taamallah, da Ramallah, racconta la quotidianità di abusi e spiega cosa significa vivere e resistere anche alla stretta economica e finanziaria in Cisgiordania imposta da Israele.
Quando chi vive fuori dalla Palestina pensa all’occupazione israeliana, la mente va alle incursioni militari, ai raid violenti e alle immagini strazianti della guerra. Queste realtà sono innegabilmente vere e costanti. Ma esiste un altro livello di controllo, più silenzioso, che plasma ogni secondo delle nostre vite: una politica insidiosa di strangolamento amministrativo e fisico che compromette i meccanismi fondamentali della sopravvivenza umana. Dalle code al benzinaio, alle tubature senz’acqua, agli stipendi non pagati, alle strade bloccate, ai depositi bancari congelati e ai valichi di frontiera intasati, la vita qui è diventata così straziante che il messaggio sottinteso diventa innegabile: non c’è futuro per voi – i palestinesi – qui. Questo messaggio non è velato; è scritto a caratteri cubitali sui cartelloni pubblicitari eretti dai coloni in tutta la Cisgiordania con l’approvazione dell’esercito.
Leggi l’articolo completo taradotto in italiano per Pressenza al link: https://www.pressenza.com/it/2026/08/la-vita-quotidiana-in-cisgiordania-si-sta-paralizzando/
🟨 IL LINGUAGGIO COME CAMPO DI BATTAGLIA
Non crediate sia un linguaggio confinato nelle stanze del potere. È entrato negli studi televisivi israeliani, nei giornali, nelle conversazioni quotidiane, dove l’idea che a Gaza “non esistano civili innocenti” viene ormai pronunciata senza pudore, persino da insospettabili nonnine che sembrano uscite da un film hollywoodiano. Gideon Levy ha riassunto brutalmente la convinzione che rende possibile tutto questo: “per la maggior parte degli israeliani, i palestinesi non sono esseri umani come noi”. Non esistono più civili, bambini, medici o giornalisti, ma soltanto “terroristi”, “minacce”, “scudi umani”. In parole povere: non persone, ma presenze da eliminare.
M. Alessandra Filippi ritorna sulla questione del linguaggio e di come Israele lo stia usando a proprio esclusivo vantaggio nel ridefinire la realtà.
Leggi tutto l’articolo al link https://alessandramaffilippi.substack.com/p/rendere-abitabile-lindicibile
🟪 GAZA NON E’ DIMENTICATA. Lettera da un navigante
Pubblichiamo la lettera che Hannibal Armand Ruud-Peima, navigante norvegese della Freedom Flotilla Coalition, scrive a Elisabeth di Luca per indirizzarci nella nostra rotta corsara:
(…) Vogliamo sfidare il blocco e chiedere l’accesso umanitario a Gaza. Vogliamo mantenere alta l’attenzione internazionale sulle persone che soffrono. E vogliamo dimostrare solidarietà, affermando che i palestinesi non sono stati dimenticati e che le loro vite, la loro dignità e i loro diritti contano. Il fatto che una barca venga fermata non significa che anche l’attenzione del mondo si fermi. Per me, navigare è una forma di azione non violenta e di solidarietà. È un modo per dire che non possiamo rimanere in silenzio mentre ai civili vengono negate le condizioni di base necessarie per vivere in sicurezza e con dignità. Spero che il mondo capisca che non si tratta di cercare lo scontro. Si tratta di tenere gli occhi e il cuore aperti. Si tratta di accesso umanitario, protezione dei civili e della convinzione che la popolazione di Gaza non debba essere lasciata sola nella sua sofferenza. Potremmo non essere in grado di cambiare tutto navigando con una sola barca. Ma possiamo rifiutarci di distogliere lo sguardo.
Leggi tutta la lettera: https://www.localmarchforgaza.it/gaza-non-e-dimenticata/
🟪 NON ARRENDERSI. Racconti e incontri dalla Palestina
Domenica alla Trappa di Sordevolo si sono incontrate quattro testimonianze importanti, per una giornata che ci ha fatto commuovere, riflettere, condividere.
Muin Masri, cantastorie palestinese accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale, ci ha raccontato cosa significa affrontare l’odio e l’ingiustizia per liberare l’amore. Per noi non solo è un amico, ma un grande esempio di vita che nutre la nostra volontà di non arrenderci alla banalizzazione del male. Jack di Biellesi per la Palestina libera, appena rientrato dalla Cisgiordania dove è stato volontario per ISM (International Solidarity Movement) per un mese e mezzo, ci ha raccontato la vita quotidiana dell’occupazione e l’importanza della loro presenza per proteggere i contadini e le famiglie palestinesi dalle aggressioni dei coloni. Le Donne in Cammino per la Pace hanno esposto nei terrazzamenti della Trappa gli arazzi realizzati per l’iniziativa “10, 100, 1000 Piazze per la Pace” e una di esse ci ha dato il suo racconto, che trovate di seguito. Lo zaatar di Doha, contadina palestinese, ci ha comunicato il sapore dell’amore per la propria terra, anche quando significa rischiare la vita per coltivarla.
Leggi tutto l’articolo al link: https://www.localmarchforgaza.it/non-arrendersi/
Il video con frammenti del racconto di Muin Masri accompagnato dalla chitarra di Martino Cerale: https://peertube.uno/w/tmvDg29VfdemjBERBbB14P
Le testimonianze inviate da Jack durante il suo soggiorno in Cisgiordania:
1. Testimonianze da un volontario internazionale nella Cisgiordania occupata
2. Testimonianze da un volontario internazionale nella Cisgiordania occupata
3. Testimonianze da un volontario internazionale nella Cisgiordania occupata
🟦 AGGIORNAMENTI PER CHI E’ IN MARCIA
FREEDOM FLOTILLA COALITION: ha ripreso il suo viaggio internazionale, da porto a porto, verso Gaza, con le barche “Handala II” – salpata il 10 agosto dalla Danimarca – e “Kate / Tenacity” – salpata il 17 agosto dall’Inghilterra. Il percorso di questa edizione attraversa l’Europa, partendo da Svezia, Norvegia e Danimarca, passando per il Regno Unito, la Germania, la Francia e la Penisola Iberica, prima di raggiungere le coste italiane e proseguire, da Augusta, con la tratta finale verso Gaza. Leggi il comunicato: https://freedomflotilla.info/a-vele-spiegate-verso-gaza-per-rompere-il-silenzio/
RUN TO GAZA: A Torino il 6 settembre si muovono passi e noi aderiamo come Local March for Gaza. Si correrà per Emercency e Medici Senza Frontiere per le strade della città piemontese. Puoi iscriverti QUI. Se vuoi partecipare insieme a noi scrivici a coordinamento@localmarchforgaza.it; info: https://www.infoaut.org/bisogni/torino-run-to-gaza-il-6-settembre-torino-corre-per-gaza
APPELLO CONTRO IL DDL ANTISEMITISMO: il 9 settembre, in occasione della ripresa della discussione alla Camera in Commissione Affari Istituzionali, si terrà un presidio – maratona davanti a Montecitorio per chiedere lo stop della norma liberticida basata sulla definizione IHRA di antisemitismo. Trovi l’appello QUI.
🟦 ROTTA CORSARA
Il titolo e l’incipit di questa newsletter ci riportano a Enzo Mari, designer radicale che al feticcio della produzione industriale oppose la forza sovversiva dell’autoprogettazione. Già nel 1973, Mari sfidò il modello dominante invitando chiunque a costruirsi i propri arredi in modo semplice, accessibile ed essenziale, arrivando a teorizzare una provocatoria “Legge internazionale per l’autocostruzione”.
Una visione che puntava a ridare centralità alle botteghe artigiane autonome e al lavoro condiviso, limitando la produzione industriale ai soli componenti complessi e sottraendo i bisogni quotidiani alle logiche del profitto seriale.
Più che semplice design, un vero e proprio manifesto politico: riappropriarsi dei mezzi, del tempo e delle relazioni per disinnescare i meccanismi dello sfruttamento.
La rotta corsara passa da qui: fare da sé insieme agli altri, per costruire oggi l’alternativa che vogliamo abitare domani.

