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L’acqua come arma: Mekorot tra estrattivismo e apartheid

localmarchforgaza, 21 Ottobre, 202621 Ottobre, 2026

L’acqua sta ridefinendo le mappe del potere geopolitico e dei mercati finanziari globali. Al centro di questa transizione si trova Mekorot, la compagnia idrica statale di Israele. Rinomata a livello internazionale per la sua avanguardia nei sistemi di desalinizzazione, riciclo delle acque reflue e monitoraggio remoto con intelligenza artificiale, l’azienda si trova al tempo stesso al centro di aspre polemiche ideologiche e territoriali. Dalle vaste latitudini dell’Argentina alle amministrazioni locali in Italia, l’espansione commerciale di Mekorot solleva profondi interrogativi legati ai diritti umani, alla sovranità ambientale e alla mercificazione dell’acqua.

La dottrina di Mekorot: efficienza tecnica e “apartheid idrico”

Fondata nel 1937, Mekorot gestisce la quasi totalità della rete idrica israeliana, operando in territori segnati da una storica scarsità d’acqua. Tuttavia, il suo operato nei Territori palestinesi occupati è da decenni oggetto di dure denunce da parte dell’ONU, di Amnesty International e di Human Rights Watch.

Le organizzazioni internazionali accusano la compagnia di praticare un vero e proprio “apartheid dell’acqua”. Secondo i rapporti sul campo, Mekorot estrae sistematicamente l’acqua dalle falde acquifere e dai pozzi palestinesi per convogliarla verso le colonie israeliane, riducendo drasticamente le quote destinate alla popolazione locale. Questo modello distributivo, unito alle restrizioni militari che impediscono ai palestinesi di costruire infrastrutture idriche autonome senza autorizzazione dell’esercito, costringe intere comunità a dipendere dalle forniture israeliane, pagate spesso a prezzi proibitivi. [1]

Il caso Argentina: la privatizzazione dell’acqua per le grandi miniere

Al di là dei risvolti geopolitici, Mekorot ha progressivamente esteso i propri servizi di consulenza in tutto il mondo. In Argentina, l’azienda è riuscita a stipulare accordi con ben 12 province attraverso l’intermediazione del Consejo Federal de Inversiones (CFI), un organismo interprovinciale autonomo che sfugge ai normali controlli parlamentari.

Le assemblee ambientaliste e le comunità indigene argentine hanno sollevato forti resistenze, denunciando quattro criticità strutturali:

  1. Asservimento all’estrattivismo: I contratti si concentrano nelle province della Cordigliera ricche di giacimenti di litio (come Jujuy e Catamarca) o idrocarburi da scisto (come Vaca Muerta a Neuquén). L’accusa è che la centralizzazione idrica serva a garantire l’enorme quantità d’acqua necessaria al fracking e all’industria mineraria delle multinazionali, a scapito del consumo civile e agricolo.
  2. Perdita di sovranità sui dati: Nel contratto emerso nella provincia di Río Negro, una clausola di riservatezza stabilisce che tutte le mappature idrografiche e i dati dei flussi sotterranei raccolti diventino di proprietà intellettuale esclusiva di Mekorot, togliendo alle province il controllo strategico sulle proprie informazioni ambientali.
  3. Giurisdizione estera: Le controversie commerciali e legali legate a questi accordi idrici non vengono discusse nei tribunali argentini, ma sono sottoposte al diritto inglese e alla competenza dei tribunali di Londra.
  4. Mancata consultazione: Gli accordi sono stati ratificati ignorando l’Accordo di Escazú e la Convenzione 169 dell’OIL, che impongono la consultazione preventiva, libera e informata delle comunità native e locali. [2]

Con l’avvento del governo di Javier Milei e l’introduzione del pacchetto di incentivi per grandi investimenti (RIGI), la tutela giuridica per le multinazionali si è blindata, esacerbando le proteste delle reti sociali come la campagna Fuera Mekorot. [2]

Il fronte italiano: patti idrici e ritiri sotto la pressione civile

Le medesime tensioni etiche e politiche che scuotono il Sudamerica si sono riverberate in Italia, dove i tentativi di cooperazione tra le multiutility pubbliche e la compagnia israeliana hanno incontrato una netta resistenza da parte dei movimenti per l’acqua bene comune e della campagna BDS (Boycott, Divestment, Sanctions). [3, 4]

La penetrazione di Mekorot nel panorama idrico italiano si è articolata principalmente su due fronti:

  1. Il caso Acea a Roma

Il legame più storico risale al dicembre 2013, quando Acea (la principale utility idrica di Roma, controllata al 51% dal Campidoglio) firmò un Memorandum d’intesa con Mekorot durante un vertice bilaterale Italia-Israele. L’accordo prevedeva lo scambio di know-how tecnologico e la cooperazione nella gestione delle reti. Il patto è rimasto per anni congelato e fortemente contestato dall’associazionismo civile. [3]

La svolta politica è arrivata a settembre 2025: l’Assemblea Capitolina ha approvato a larga maggioranza (30 voti favorevoli) una mozione per sospendere formalmente ogni rapporto e accordo tra Acea e Mekorot. L’atto è stato definito dai consiglieri promotori come un segnale politico e morale decisivo volto a interrompere la complicità istituzionale con la gestione discriminatoria delle risorse idriche nei territori palestinesi. [3]

  1. Il dietrofront di Iren nel Nord Italia

Un percorso analogo ha interessato Iren, la multiutility a controllo pubblico che serve numerosi comuni tra Piemonte, Liguria ed Emilia-Romagna. Nel gennaio 2023, Iren aveva sottoscritto un protocollo d’intesa con Mekorot focalizzato su soluzioni tecnologiche e resilienza climatica. [4]

L’accordo ha scatenato immediate e prolungate mobilitazioni da parte di comitati locali e reti ambientaliste, che hanno fatto pressione sui sindaci dei comuni azionisti. Investita dalle contestazioni, Iren ha infine deciso di fare marcia indietro: nel febbraio 2024, il sindaco di Reggio Emilia ha annunciato ufficialmente il ritiro dall’accordo, lasciando scadere il protocollo d’intesa senza procedere ad alcun rinnovo. [4]

Conclusioni: l’acqua come termometro etico globale

Le storie parallele di Argentina e Italia smontano l’ultima illusione possibile: che l’acqua sia una questione tecnica. Non lo è. Dove Mekorot arriva, l’acqua smette di essere un bene comune e diventa uno strumento di controllo: sottratta ai palestinesi nei territori occupati, consegnata in Argentina alle multinazionali del litio e del fracking, offerta in Italia a utility pubbliche che la useranno come merce. I brevetti sono reali, ma non sono neutri: sono il galateo con cui un modello di apartheid idrico si presenta sul mercato come eccellenza climatica.

Le vittorie ottenute sono la prova del contrario. La mozione dell’Assemblea Capitolina e il ritiro di Iren dimostrano che quando le comunità si organizzano, la complicità istituzionale può essere interrotta: non è stato il mercato a fermare Mekorot, è stata la pressione civile. La lezione è chiara: ogni nuovo accordo con la compagnia israeliana, ovunque nel mondo, non è un contratto di assistenza tecnica ma una scelta politica. E le scelte politiche si possono revocare. Per i movimenti a difesa dei beni comuni, la linea non è invalicabile: è già stata attraversata, in direzione opposta.

Note

[1] Le denunce sull'”apartheid idrico” nei Territori palestinesi occupati sono documentate da Amnesty International e Human Rights Watch, che hanno ricostruito il controllo israeliano totale sulle risorse idriche palestinesi e l’uso dell’acqua come strumento di espulsione. Mekorot è citata anche nel rapporto della Relatrice Speciale dell’ONU Francesca Albanese “From economy of occupation to economy of genocide” (2025). Cfr. Friends of the Earth International, “Mekorot: Water apartheid & Palestinian struggle for justice”, 29 maggio 2026 (https://www.foei.org/mekorot-water-apartheid-and-the-palestinian-struggle/); Alliance for Water Justice in Palestine, scheda su Mekorot, che riporta i tagli alle forniture alla Palestina fino al 50% nei mesi estivi (https://www.waterjusticeinpalestine.org/context/mekorot); Il Manifesto, “Sull’apartheid dell’acqua in Palestina il silenzio di Acea”, 3 giugno 2026 (https://ilmanifesto.it/sullapartheid-dellacqua-in-palestina-il-silenzio-di-acea).

[2] Campagna Fuera Mekorot, sezione Argentina (https://fueramekorot.org/argentina/); ANRed, “El mapa de Mekorot en Argentina”, 12 settembre 2025, che ricostruisce i 12 convenios provinciali stipulati attraverso il Consejo Federal de Inversiones (https://www.anred.org/el-mapa-de-mekorot-en-argentina/); Economía Sustentable, “Alertan riesgo para la soberanía hídrica en Argentina: firma israelí Mekorot bajo la lupa”, 15 maggio 2026 (https://economiasustentable.com/noticias/alertan-riesgo-para-la-soberania-hidrica-firma-israeli-mekorot-hizo-acuerdos-con-12-provincias-sin-control-legislativo/); La Izquierda Diario, “Fuera Mekorot: avanza en Jujuy el convenio con la empresa israelí cómplice del genocidio en Palestina”, 24 maggio 2024 (https://www.laizquierdadiario.com/Fuera-Mekorot-avanza-en-Jujuy-el-convenio-con-la-empresa-israeli-complice-del-genocidio-en).

[3] BDS Italia e Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, campagna “No all’accordo Acea-Mekorot” (2014) (https://www.bdsitalia.org/index.php/campagna-no-mekorot/1088-acea-mekorot; https://www.acquabenecomune.org/?catid=163%3Anotizie-flash&id=2511%3Ano-allaccordo-acea-mekerot&option=com_content&view=article); Fanpage.it, “Roma espone la bandiera palestinese in Campidoglio, interrotti rapporti tra Acea e l’israeliana Mekorot”, 18 settembre 2025 (https://www.fanpage.it/roma/roma-espone-la-bandiera-palestinese-in-campidoglio-interrotti-anche-i-rapporti-tra-acea-e-lisraeliana-mekorot/); Askanews, “Roma, maggioranza capitolina: approvata mozione per Gaza e pace”, 18 settembre 2025, con il testo della mozione che chiede l’interruzione del memorandum del 2013 (https://askanews.it/2025/09/18/roma-maggioranza-capitolina-approvata-mozione-per-gaza-e-pace/).

[4] Il Fatto Quotidiano, “Genova, sit-in contro l’accordo tra la multiservizi Iren e l’israeliana Mekorot”, 26 gennaio 2024, che ricostruisce la firma del protocollo nel gennaio 2023 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/01/26/genova-sit-in-contro-laccordo-tra-la-multiservizi-iren-e-lisraeliana-mekorot-in-palestina-acqua-gestita-come-strumento-di-apartheid/); Reggionline, “Iren – Mekorot: il protocollo di collaborazione è scaduto”, 18 febbraio 2024, con l’annuncio del sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi (https://www.reggionline.com/iren-mekorot-protocollo-collaborazione-scaduto-non-rinnovato/); Il Fatto Quotidiano, “Dopo le contestazioni Iren ritira l’accordo con l’acquedotto israeliano Mekorot: ‘È scaduto'”, 17 febbraio 2024 (https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/02/17/dopo-le-contestazioni-iren-ritira-laccordo-con-lacquedotto-israeliano-mekorot-e-scaduto/7450361/).

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