Nonostante tutto, non sono un uomo di pace. Non sono uno che porge l’altra guancia senza rabbia o dispiacere. Essere una persona di pace è qualcosa che si impara da piccoli: a casa, a scuola, nei vicoli. Eppure, nonostante ciò, è una vita che cerco di migliorarmi. Lo faccio per chi mi ama, per i miei figli, per gli amici, per un presente e un futuro migliori, lo faccio soprattutto per me stesso, chissà quando mi capiterà di rinascere.
Ogni mattina mi sveglio e mi alleno duramente, molto duramente. Mi alleno a non cadere nelle provocazioni, a trattenere le bestemmie, a sopportare le ingiustizie come la violenza gratuita che i palestinesi sono costretti a subire da tanto tempo, ma che ultimamente è diventata qualcosa di assurdo. Prima si chiamava “occupazione militare” e aveva la faccia dei soldati. Adesso ha la faccia feroce e il nome dei coloni, gente che in apparenza sembra solo sgarbata, che cammina e ride come i cattivi dei cartoni animati; dentro, però, hanno una violenza che al loro passaggio brucia ogni cosa, usano il loro Dio come una testa d’ariete per sfondare case e moschee.
Nonostante tutto, non sono un uomo di pace. Ogni sera vado a dormire e chiudo gli occhi faticosamente, molto faticosamente. È difficile dimenticare tutto quello che succede ogni mattina a casa mia, a Nablus, in Palestina. Lo faccio per chi mi ama, per i miei figli, per gli amici. Ma lo faccio soprattutto per me: ho paura di svegliarmi cattivo. Non conosco la pace, ma so quanto l’odio possa essere letale. E io non voglio morire per un veleno che non è mio.

