30 ottobre 2026
Le elezioni legislative israeliane del 27 ottobre 2026 si sono chiuse consegnando al paese l’ennesimo stallo politico: 53 seggi al blocco Netanyahu, 48 alla coalizione di Eisenkot e 19 ai partiti a maggioranza araba, per un totale 101 seggi su 120, uno stallo che nessuna coalizione può risolvere da sola. Ma mentre i leader s’infiammavano in dibattiti su sicurezza, riforme e bilanci, nelle piazze e nei talk-show si registrava una gelida assenza: l’ambiente, che una volta di più è stato il grande rimosso da tutti i programmi politici. Eppure, oltre i muri invisibili tracciati dalla politica, si consuma quella che scienziati e giuristi internazionali definiscono una strategia di ecocidio, secondo la nozione elaborata nel 2021 dal panel di esperti della Stop Ecocide Foundation.
Le urne israeliane hanno sancito per l’ennesima volta un’illusione collettiva: l’idea rassicurante ma insensata che la devastazione inflitta alla terra dei palestinesi possa essere recintata, murata e isolata, lasciando intatta la vita di chi sta dall’altra parte. Ma la terra non negozia con la politica, e la natura non riconosce i checkpoint.
Un solo corpo ferito: la dematerializzazione dei confini
La verità scientifica, come documenta l’inchiesta firmata da Eva Benelli per Scienza in Rete, è tanto semplice da enunciare quanto scomoda da accettare: Israele e Gaza condividono lo stesso mare, lo stesso vento, la stessa fascia costiera e il medesimo acquifero sotterraneo. Quando le infrastrutture fognarie della Striscia collassano sotto i bombardamenti, più di 100.000 metri cubi al giorno di reflui tossici si riversano nel Mediterraneo. Spinte dalle correnti marine che viaggiano da sud verso nord, quelle acque scure cariche di veleni non si fermano davanti alle motovedette: raggiungono le coste israeliane, forzando la chiusura periodica degli impianti di desalinizzazione di Ashkelon.
Lo stesso accade per i 61 milioni di tonnellate di macerie che soffocano Gaza: un deserto di polvere grigia saturo di amianto, piombo, cadmio e mercurio. Quando i camion militari israeliani trasferiscono quotidianamente decine di tonnellate di questi detriti fuori dalla Striscia, verso siti di stoccaggio non divulgati in Israele o in Cisgiordania, la politica sta compiendo un tragico paradosso: sta distribuendo capillarmente l’inquinamento, nazionalizzandolo nel suo stesso spazio vitale.
I numeri estratti dai rapporti del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e dell’OMS non sono semplici statistiche; sono la radiografia di un omicidio ecosistemico:
- 97% della copertura arborea cancellato: Uliveti secolari e frutteti ridotti a ceppi bruciati o sradicati dai bulldozer.
- 75% delle terre arabili reso sterile: Un suolo calpestato dai cingolati e avvelenato da sostanze chimiche permanenti.
- 11% delle macerie contaminate da amianto: Una bomba a orologeria respiratoria per i bambini di oggi e di domani.
- Impennata delle malattie infantili: I casi di epatite A sono aumentati di centinaia di volte a causa del collasso idrico: l’UNRWA conta i casi sospetti passati da 85 a quasi 40.000, mentre la poliomielite è tornata a strisciare tra le tende degli sfollati dopo 25 anni.
Il pianto del Wadi Gaza
Se questo ecocidio avesse un cuore, batterebbe nel letto ormai asciutto e avvelenato del Wadi Gaza. Un tempo questa valle era un’oasi protetta, una riserva naturale lussureggiante dove sostavano più di 130 specie di uccelli migratori in volo tra l’Europa e l’Africa. Prima della guerra, un miracolo di cooperazione internazionale coordinato dall’UNDP e sostenuto da oltre 50 milioni di dollari di fondi internazionali era riuscito a ripulire il fiume, piantando migliaia di alberi e restituendo la vita alla zona umida.
Oggi, quel miracolo è stato letteralmente spianato. Con gli impianti di depurazione distrutti dal blocco energetico, il Wadi è tornato a essere una fogna a cielo aperto, un corridoio di fango tossico. I cingolati hanno compattato il terreno, sradicando l’80% della vegetazione e mettendo in fuga o sterminando gli uccelli acquatici. Quella che doveva essere un’oasi di pace transfrontaliera è oggi una cicatrice morta, sormontata dal fumo nero dei rifiuti bruciati per disperazione.
Lo scontro antropologico: l’amore per le radici e la logica del cemento
Sotto lo sterminio della biosfera si consuma un conflitto ancora più profondo, che tocca l’anima stessa del rapporto tra l’uomo e la terra.
Per i contadini palestinesi, la terra è carne e memoria. È il legame riassunto nel concetto di Sumud, la resilienza identitaria di chi pianta un ulivo sapendo che i propri nipoti si siederanno alla sua ombra. Per le comunità rurali, strappare una radice o avvelenare un pozzo non significa subire un danno economico, ma assistere alla profanazione della propria storia familiare. Gli alberi uccisi dalle acque salmastre e dai composti chimici delle armi, come denuncia Abeer Butmeh del Palestinian Civil Society Environmental Network, sono il segno visibile di un legame spezzato con la terra madre.
A questa sacralità contadina si contrappone la logica estrattiva e infrastrutturale israeliana. Per i pianificatori e le grandi imprese di Tel Aviv, il territorio non ha memoria: è un asset da capitalizzare, una merce da lottizzare. La terra viene aggredita da autostrade di aggiramento (bypass roads) e complessi industriali coloniali progettati per massimizzare il profitto e cementificare il controllo geopolitico. In questa visione iper-tecnologica e capitalista, la distruzione della biosfera circostante è solo un’esternalità negativa accettabile, un costo collaterale da pagare sull’altare della crescita economica e della colonizzazione dello spazio.
Il silenzio dei colpevoli
Di fronte a questo disastro transfrontaliero, il silenzio della politica israeliana durante le elezioni del 27 ottobre è assordante. Il blocco di Netanyahu (53 seggi) rifiuta persino il termine “ecocidio”, liquidando i rapporti dell’ONU e le indagini di ONG come Al Mezan alla stregua di propaganda nemica tesa a minare il diritto alla difesa. Dall’altra parte, il centro-sinistra di Eisenkot (48 seggi), paralizzato dal suo stesso passato militare e dall’ossessione per la sicurezza nazionale, non ha osato denunciare gli effetti dei bombardamenti, trasformando la devastazione ecologica in un tabù innominabile.
Ma l’ambiente non ha bisogno di essere nominato in Parlamento per esistere. Non rispetta le coalizioni di governo né le scadenze dei sondaggi. Mentre i leader israeliani si preparano a mesi di estenuanti trattative di poltrona in un parlamento frammentato, la terra ferita continuerà a presentare il conto. Attraverso il veleno che risale le falde idriche, i pesci contaminati che arrivano sui mercati e l’aria satura di particolato tossico, la terra sta dimostrando la fallacia della separazione. Chi crede che la distruzione ambientale porterà alla morte solo dei propri nemici, scoprirà presto di aver avvelenato anche se stesso.
Fonti
- Central Election Committee (Israel): Risultati ufficiali e distribuzione dei seggi per le elezioni della Knesset del 27 ottobre 2026.
- Haaretz / The Jerusalem Post (Ottobre 2026): Analisi dei programmi elettorali delle 38 liste; documentazione del “vuoto ecologico” e della totale omissione delle crisi ambientali dai programmi del Likud e di Yashar.
- Stop Ecocide Foundation (2021) / Unione Europea: Definizione del Panel Indipendente di esperti di Giustizia Internazionale e testo della Direttiva sulla criminalità ambientale (UE) 2024/1203.
- Scienza in Rete: “Gaza: l’ecocidio danneggia anche Israele”, inchiesta e monitoraggio a cura di Eva Benelli, 7 settembre 2026. Documenta i reflui, le correnti marine verso Ashkelon e il tracciamento dei camion di detriti tossici in Israele/Cisgiordania.
- UNEP & WHO (Anadolu Greenline): “Israel’s 2-year ecocide in Gaza targets all environmental elements”, report ed elaborazione dati satellitari UNEP/OMS, 21 ottobre 2025. Certifica le percentuali di distruzione di alberi (97%), colture (82%), suolo arabile (75%), sversamenti fognari (130.000 m³/giorno) ed epidemie.
- BMJ Paediatrics Open (Vol 10, No 1, Marzo 2026): “Environmental and humanitarian collapse in Gaza: protecting children’s right to optimum health and well-being is imperative”, studio epidemiologico e clinico di E. Tobarra-Sánchez et al. Documenta la distruzione dell’80% degli ecosistemi e della fauna del Wadi Gaza.
- World Bank Report: “Area C and the Future of the Palestinian Economy”, analisi sullo sfruttamento intensivo, le restrizioni d’uso del suolo, le bypass roads e lo sfruttamento industriale/minerario israeliano.
- Al Mezan Center for Human Rights: “Ecocide: Israel’s Deliberate and Systematic Environmental Destruction in Gaza”, rapporto sul campo (ottobre 2024) relativo alla distruzione mirata delle infrastrutture idriche e agricole.

